Adesso sedetevi si, che vi racconto una storia.
Un pomeriggio come tanti il Signor Sottutto ed il Signor Sogniente si incontrarono, casualmente, al bar del centro. Si conoscevano da anni ed ogni tanto parlavano ed ogni tanto no. Dipendeva dal tempo.
Il Signor Sottutto aveva sempre i suoi occhialetti tondi da professore e quella vecchia borsa di pelle che aveva comprato a Firenze, alla ditta Bruscoli, e che odorava ancora di Arno e finocchiona.
Il Signor Sogniente beveva il suo chinotto con la scorzetta d'arancia al bancone del bar, l'unica cosa che ingurgitava ancora, da quando aveva smesso col gin.
-Buonasera
-Buonasera a Lei signò, che vole?
- Un the per me, con immersione del filtro al massimo per tre minuti cortesemente, altrimenti il the perde le sue...
- Un the per lui Alfrè, pago io
- Cosa legge?
- Ma gniente, non capiso gniente. Ce so sti barconi che naufragano in mezzo al mare e la gente li odia. Cioè sti poracci crepano, e la gente li odia. Se so' scordati tutti de quanno sui barconi ce stavamo noi. Un parente de mi zio, Enzo, mi racconta che quando ha lasciato Civitavecchia pe anda' in Canada c'ha messo na settimana ad arriva'. E quanno ci è arrivato l'hanno preso a lavorà coi russi, come muratore. E c'aveva tanto di quel freddo che lui a Civitavecchia nun c'era abituato. No dicevo, c'aveva tanto di quel freddo che i diti dei piedi e delle mani li si sono spezzati a metà. Mo' c'ha na bella casa, in Cadana, e mezzi diti.
- Vede mio caro il termine razzismo, nella sua definizione più semplice, si riferisce ad un'idea, spesso preconcetta e comunque scientificamente errata, come dimostrato dalla genetica delle popolazioni e da molti altri approcci metodologici, che la specie umana (la cui variabilità fenotipica, l'insieme di tutte le caratteristiche osservabili di un vivente, è per lo più soggetta alla continuità di una variazione clinale) possa essere suddivisibile in razze biologicamente distinte, caratterizzate da diverse capacità intellettive, valoriali o morali, con la conseguente convinzione che sia possibile determinare una gerarchia secondo cui un particolare, ipotetico, raggruppamento razzialmente definito possa essere definito superiore o inferiore a un altro. E' tutto profondam...
- Se vabbè ho capito. Grazie assai. Poi boh, oggi è na giornata che me chiedo ma perchè al negozio de Rosa, che vende maglioni, mo c'ha dei tabelloni che dicano che ce trovi il sale?
- Ma buon uomo, la parola "Sale" è inglese e può significare sia vendita sia saldo a seconda di che cosa la precede: quando viene usato FOR SALE allora vuole dire che qualcosa è in vendita, quando viene usato ON SALE invece qualcosa è in saldo. Basterebbe un dizionario anche tascab...
- Se vabbè, grazie assai. Ma ora dico ma c'è Gigi no che se sta a indebita' pe' compra' la macchina nova a su moglie. Che poi dico lei nun lavora e la usa solo pe' anda in palestra. Cioè spennono soldi per annà a spennere altri sordi per snellirse er culo. Ma non farebbe prima a cammina'? Cioè io faccio tutto a piedi e me se po' dì tutto, che non so' bello per carità, ma so un figurino!
- Ma sant'uomo, si chiama consumismo.Il consumismo è un fenomeno economico-sociale tipico delle società industrializzate che consiste nell’acquisto indiscriminato di beni di consumo da parte della massa, suscitato ed esasperato dall’azione delle moderne tecniche pubblicitarie. In sociologia il termine descrive gli effetti dell'identificazione, vera o presunta, della felicità personale con l'acquisto, il possesso e il consumo continuo di beni materiali. Ma buon uomo lo vede? Mi pone quesiti e poi non ascolta! Ma Le sembra il modo? Ma perbacco!
- Me scusi Signo' me scusi assai, è che questo è proprio er problema mio. Io me perdo.
- Si perde?
- Si si signo'. Io me perdo. Me perdo sempre.
- Ma sant'iddio come ci si fa a perdere adesso? Esistono metodologie infinite, dalla più nobile bussola, alle pratiche mappe cartacee, fino a giungere ai meravigliosi prodigi elettronici ed ingegneristici, che dotano ciascuno di noi di una capacità di orientamento praticamente, ovunque Signo....
- No no io nun è che me smarrismo, io me perdo. Me so perso tante volte. Per esempio quella volta ho perso l'occasione bona perchè mentre gli altri stavano a studia', io ero in riva al mare a guardà il tramonto e poi ogni tanto chiudevo gli occhi e pensavo d'esse Eric Clapton e d'avere in mano na chitara. Cioè io suonavo pe' davero, ma me mancava la chitara. E' na cosa che faccio spesso, de finge de suona'.
Poi quella volta me so perso la bici nova nova, perchè nun c'avevo la catena e nun me ricordavo a che palo l'avevo attaccata. Ma più de tutto a me, me fa perdere la nostalgia.
-Si spieghi meglio, in che senso la nostalgia?
- Eeeee eeee, la nostalgia è na gran bastarda. Sa che penso signo'? La nostalgia è come quando tu c'hai voglia di pollo arrosto, te butti in strada, giri tutti i girarrosti della città, tutti hanno finito er pollo, ma nell'aria c'è ancora l'odore. Quell'odore bastardo che te fa spezzà la voglia dentro ar gargarozzo e lì ce crepa, perchè la voglia te rimane, ma tu il pollo nun te lo poi magnà. E allora ti ricordi dell'ultima coscia che te sei magnato, con la pelle dorata e croccante e te sembra che felice così nun sarai più, che il pollo così dico, nun lo trovarai più.
- O mio Dio, ma Lei....ma Lei, mi ha lasciato senza parole, sa?
- No signo' è solo che le parole che devi scova' dentro er core so' più difficili dele quattro cazzate che c'ha invece sempre sulla punta dela lingua. Se scavi bene le trovi, nun te preoccupà. Anche se a scuola nun celo impara nessuno.
- Insegna
-Ecco, appunto.
giovedì 30 ottobre 2014
martedì 21 ottobre 2014
Quando credevo negli oroscopi
Abbiamo avuto un momento in cui tutto era facile, e per tutto esisteva una spiegazione.
Se Saturno entrava in Venere, per noi del Sagittario era come avere un coltello nel fianco. Però con la nostra pietra della fortuna addosso(l'ametista o l'ambra adesso non ricordo) e nel nostro giorno fortunato della settimana e con Marte nel controciclone tutto poteva avere un senso diverso. Quando compravo il Cioè e credevo fortemente nell'esistenza degli occhialetti che se li indossavi potevi fare i raggi X alla gente, i problemi avevano un odore meno acre. Ricordo che una volta (portavo ancora i maglioni fatti ai ferri da mia nonna e l'apparecchio ai denti) c'era scritto che se avessi voluto fare innamorare di me il ragazzo del mio cuore avrei dovuto comprare del filo rosso, ricavarne un braccialetto e legarlo al polso con tre nodi ripetendo nella mia mente il suo nome. Non funzionò. Ma probabilmente solo perchè il filo rosso non lo comprai, ma lo rubai a casa di nonna. Certo che anche tu, se non rispetti ed esegui alla lettera le istruzioni che cazzo vuoi? Bo, il ragazzo di quel cuore poi si mise con una più grande di me e di lui, che aveva già le tette. Io ancora no. Ed ignoravo che quella mancanza sarebbe stata permanente. Credevo nel Cioè, nei sogni e nell'oroscopo. Poi anche la cosa del Cioè mi passò. Non so dirvi se per via del braccialetto rosso. Mi passò però, e fu come quando Ileana mi disse che non esisteva Babbo Natale. Feci finta d nulla, anzi feci finta di saperlo perfettamente anch'io. Ed invece no, non solo non lo sapevo, ma mi venne una salivazione accelerata. Non facevo in tempo a deglutire che dovevo farlo ancora e ancora e poi di nuovo. Avevo dimenticato quella sensazione lì fino all'altra mattina. Ti ricordi? Quando ho letto che Tavecchio, quello sospeso dalla Uefa per sei mesi, in Italia invece era diventato in Italia presidente della Figc. Feci finta di nulla, che non mi importasse che uno stronzo come tanti, razzista, ignorante, condannato a livello europeo, da noi non solo fosse applaudito, ma addirittura nominato Presidente. Saliva...saliva...saliva...Babbo Natale...Babbo Natale...Babbo Natale. Eppure dovresti aver capito ormai come cazzo gira no? Non hai più l'apparecchio e i maglioni di nonna da 20 anni no? Esssuuu...Eeesveglia!
Tu dici che la rabbia che ha ragione è rabbia giusta e si chiama indignazione. Lo dice l'oroscopo.
giovedì 25 settembre 2014
I giorni felici della tua vita
C’è un tizio che ha la fissa della felicità. Non in senso letterario, filosofico. Non è che contempla le stelle limonando con una Kelly qualunque dai capelli rossi e urla al cielo "cielo quanto sono felice".
No
Arthur C. Brooks ha pubblicato sul New York Times un articolo su felicità e infelicità.
Che dice? In definitiva, quel che dicono il Dalai Lama, Gesù Cristo, la maggior parte dei filosofi e mia nonna: ama le persone, non le cose. Il materialismo non ti renderà felice, il successo, i soldi e la fama non ti renderanno felice, gli altri invece sì: amare parenti, amici, conoscenti, estranei e persino nemici è l’unica cosa che può garantirti la felicità, o almeno dissipare l’infelicità.
Nel suo articolo Brooks parte da Abd al Rahaman III, emiro del decimo secolo, il quale lasciò scritto che, dopo aver regnato cinquant’anni tra assolute ricchezze e onori, poteri e piaceri, aveva contato quanti giorni era stato felice in senso assoluto nella sua vita, e aveva concluso che erano stati quattordici.
Quattordici.
Ogni volta che leggo questo genere di riflessioni – sacrosante, per carità – da parte di qualche importante analista americano in primis penso che ste ricerche son sempre americane.
Poi ho pensato all’emiro. Un gioco irresistibile. Contare i giorni di assoluta felicità. Felici dal risveglio alla sera, pisolini compresi.
Felici senza macchie
La felicità, quella che non si misura a chilo, né a giornate ma a istanti, emozioni, squarci, confusi brandelli di immagini, sogni e ricordi: un giorno completamente e pienamente felice, dal momento del risveglio a quello in cui si va a dormire, non è scontato da ritrovare.
Io mi ricordo che se m’avessero detto che poi non le facevano più avrei comprato più scatoline del Mulino Bianco.
Ve le ricordate? Le scatoline che le aprivi e c’erano delle sorprese mai viste.
Io ero felice. O magari solo spensierata in quell’istante. Va a sapere
Qualcuno citerà nascita di figli, matrimoni e in generale innamoramenti (ricambiati, se no l’amore è un inferno), esami superati, successi professionali, viaggi, incontri, disgrazie scampate, dolori superati, ricordi legati alla contemplazione della natura.
Ma quattordici giorni completamente felici non sono uno scherzo.
Provate a contare.
Chi fa più di quattordici vince. Anzi ha già vinto.
No
Arthur C. Brooks ha pubblicato sul New York Times un articolo su felicità e infelicità.
Che dice? In definitiva, quel che dicono il Dalai Lama, Gesù Cristo, la maggior parte dei filosofi e mia nonna: ama le persone, non le cose. Il materialismo non ti renderà felice, il successo, i soldi e la fama non ti renderanno felice, gli altri invece sì: amare parenti, amici, conoscenti, estranei e persino nemici è l’unica cosa che può garantirti la felicità, o almeno dissipare l’infelicità.
Nel suo articolo Brooks parte da Abd al Rahaman III, emiro del decimo secolo, il quale lasciò scritto che, dopo aver regnato cinquant’anni tra assolute ricchezze e onori, poteri e piaceri, aveva contato quanti giorni era stato felice in senso assoluto nella sua vita, e aveva concluso che erano stati quattordici.
Quattordici.
Ogni volta che leggo questo genere di riflessioni – sacrosante, per carità – da parte di qualche importante analista americano in primis penso che ste ricerche son sempre americane.
Poi ho pensato all’emiro. Un gioco irresistibile. Contare i giorni di assoluta felicità. Felici dal risveglio alla sera, pisolini compresi.
Felici senza macchie
La felicità, quella che non si misura a chilo, né a giornate ma a istanti, emozioni, squarci, confusi brandelli di immagini, sogni e ricordi: un giorno completamente e pienamente felice, dal momento del risveglio a quello in cui si va a dormire, non è scontato da ritrovare.
Io mi ricordo che se m’avessero detto che poi non le facevano più avrei comprato più scatoline del Mulino Bianco.
Ve le ricordate? Le scatoline che le aprivi e c’erano delle sorprese mai viste.
Io ero felice. O magari solo spensierata in quell’istante. Va a sapere
Qualcuno citerà nascita di figli, matrimoni e in generale innamoramenti (ricambiati, se no l’amore è un inferno), esami superati, successi professionali, viaggi, incontri, disgrazie scampate, dolori superati, ricordi legati alla contemplazione della natura.
Ma quattordici giorni completamente felici non sono uno scherzo.
Provate a contare.
Chi fa più di quattordici vince. Anzi ha già vinto.
giovedì 18 settembre 2014
Sette zucche strette e storte
Ho comprato un sacco grande di iuta. E ci ho messo dentro del tempo.
E’ stato difficile da imbrigliare, ma alla fine, l’ho ingannato.
Ci è entrato il tempo a pezzettini e restava spazio. E lo spazio vuoto così come lo spazio bianco, lì da soli, con poco tempo, avevano paura.
Allora ho trovato tutte le porte che non si sono aperte e quelle parole si sono aggrappate a tralci secchi. come le viti quando non c’è sole abbastanza.
In un sacco, grande di iuta.
Ci ho messo dentro il tempo di comprare poche cose, poche cose necessarie e così, velocemente, ho iniziato.
Ci ho messo quel telefono che squilla aspettando le risposte, ci ho messo l’ultima fetta di torta che mi hai rubato. Ci ho messo quel treno che era mio ma che avevo sbagliato binario. Ci ho messo quel libro che ho perso sull’aereo andando in Canada. Ci ho messo tutte le firme dei miei compagni di scuola raccolte sulla Smemo sventrata. Ci ho messo il maglione grigio a righe che mi manca. Ci ho messo le scorzette d’arancia ricoperte di cioccolato fondente. Lo smalto rosso praticamente nuovo. La prima poesia, quella per la festa del papà. La frase scritta dietro l’invicta che faceva tipo the best, ma sapeva di altro. Ci ho messo tutta la valigia di Pisa, il libro di diritto costituzionale che m’aveva infiammato l’anima. C’ho messo Robin Williams che m’ha spezzato il cuore. C’ho messo anche lontano lontano di Tenco, che mi ammagona sempre un po’ troppo questi poveri occhi. Una bottiglietta d’acqua naturale, che comunque bisogna berne almeno due litri al giorno. I bonghi del Benja, che spacciava, tra l’altro, anche cd dietro la mensa. I concetti di chakra, di pratica sciamanica, di karma, di yoga e di toponomastica: tutti ed in egual modo troppo incomprensibili per me.
Solo che adesso s’è mischiato tutto.
La valigia con i binari. Lo smalto con i bonghi.
Robin Williams con Tenco.
Tra l’altro. Perché?
Cavolo Luigi. Cioè anche il tuo amico Gino c’ha provato, poi però tra na Sandrelli e na Vanoni, cioè, come dire. Ha trovato delle alternative.
E tu Robin? Ho capito. Canale 5 ha trasmetto 1.178 volte Mrs. Doubtfire e tu non ne potevi più. Ok. Però farlo così…. Che ne so...Avresti potuto farlo in modo più originale, al grido di good morning Vietnam per esempio... Con un naso finto...Con delle piume di struzzo intorno al collo.
Invece no, tutto ovattato. Tutto chiuso Tutto dentro.
Ho comprato un grande sacco di iuta, un giorno, per caso, ma non so cosa farne. E’ troppo pesante per portarlo con me, ma anche troppo pesante per abbandonarlo.
Forse, se mi va, lo ingoio.
E’ stato difficile da imbrigliare, ma alla fine, l’ho ingannato.
Ci è entrato il tempo a pezzettini e restava spazio. E lo spazio vuoto così come lo spazio bianco, lì da soli, con poco tempo, avevano paura.
Allora ho trovato tutte le porte che non si sono aperte e quelle parole si sono aggrappate a tralci secchi. come le viti quando non c’è sole abbastanza.
In un sacco, grande di iuta.
Ci ho messo dentro il tempo di comprare poche cose, poche cose necessarie e così, velocemente, ho iniziato.
Ci ho messo quel telefono che squilla aspettando le risposte, ci ho messo l’ultima fetta di torta che mi hai rubato. Ci ho messo quel treno che era mio ma che avevo sbagliato binario. Ci ho messo quel libro che ho perso sull’aereo andando in Canada. Ci ho messo tutte le firme dei miei compagni di scuola raccolte sulla Smemo sventrata. Ci ho messo il maglione grigio a righe che mi manca. Ci ho messo le scorzette d’arancia ricoperte di cioccolato fondente. Lo smalto rosso praticamente nuovo. La prima poesia, quella per la festa del papà. La frase scritta dietro l’invicta che faceva tipo the best, ma sapeva di altro. Ci ho messo tutta la valigia di Pisa, il libro di diritto costituzionale che m’aveva infiammato l’anima. C’ho messo Robin Williams che m’ha spezzato il cuore. C’ho messo anche lontano lontano di Tenco, che mi ammagona sempre un po’ troppo questi poveri occhi. Una bottiglietta d’acqua naturale, che comunque bisogna berne almeno due litri al giorno. I bonghi del Benja, che spacciava, tra l’altro, anche cd dietro la mensa. I concetti di chakra, di pratica sciamanica, di karma, di yoga e di toponomastica: tutti ed in egual modo troppo incomprensibili per me.
Solo che adesso s’è mischiato tutto.
La valigia con i binari. Lo smalto con i bonghi.
Robin Williams con Tenco.
Tra l’altro. Perché?
Cavolo Luigi. Cioè anche il tuo amico Gino c’ha provato, poi però tra na Sandrelli e na Vanoni, cioè, come dire. Ha trovato delle alternative.
E tu Robin? Ho capito. Canale 5 ha trasmetto 1.178 volte Mrs. Doubtfire e tu non ne potevi più. Ok. Però farlo così…. Che ne so...Avresti potuto farlo in modo più originale, al grido di good morning Vietnam per esempio... Con un naso finto...Con delle piume di struzzo intorno al collo.
Invece no, tutto ovattato. Tutto chiuso Tutto dentro.
Ho comprato un grande sacco di iuta, un giorno, per caso, ma non so cosa farne. E’ troppo pesante per portarlo con me, ma anche troppo pesante per abbandonarlo.
Forse, se mi va, lo ingoio.
martedì 9 settembre 2014
E' andata così
Non so da dove iniziare.
Vi vedo lì, per terra, sofferenti.
E non faccio nulla. Non muovo un dito.
Cosa volete che faccia?
E’ andata così.
Vi ricordate, ad esempio, quella sera assurda, fatta di capricci e sudori?
Capire quale fosse la vostra idea mi risultò impossibile.
E il giorno della mia laurea?
Siate stati degli stronzi senza un domani.
La precisione non era nella vostra indole, ma quel giorno indomiti, indomabili, sfuggenti.
E adesso cos’è questo lamento? Che fate, piangete? Adesso?
Abbiamo avuto momenti felici, per carità. Fatti di vento che accarezza, di mani che sentono.
Quel tuffo a labbra salate il fuoco e quattro stronzate…per carità , ma
E’ andata così.
Non voglio dire, con questo, che sia una chiusura definitiva, la nostra.
Per carità. Dicono che mai dire mai.
Ci saranno dei giorni in cui ci sfioreremo ancora.
No, non è un addio.
Ma per adesso voi siete li, ed io qui.
Qui, eretta.
Voi?
Voi vi farete scopare da lui, lei e l’altro. Non mi importa più.
Io sono qui, eretta
E col collo scoperto.
Vi ho solo tagliati via.
Anche Barbie luce di stelle dovrebbe farlo.
Con affetto,
il Caschetto.
Vi vedo lì, per terra, sofferenti.
E non faccio nulla. Non muovo un dito.
Cosa volete che faccia?
E’ andata così.
Vi ricordate, ad esempio, quella sera assurda, fatta di capricci e sudori?
Capire quale fosse la vostra idea mi risultò impossibile.
E il giorno della mia laurea?
Siate stati degli stronzi senza un domani.
La precisione non era nella vostra indole, ma quel giorno indomiti, indomabili, sfuggenti.
E adesso cos’è questo lamento? Che fate, piangete? Adesso?
Abbiamo avuto momenti felici, per carità. Fatti di vento che accarezza, di mani che sentono.
Quel tuffo a labbra salate il fuoco e quattro stronzate…per carità , ma
E’ andata così.
Non voglio dire, con questo, che sia una chiusura definitiva, la nostra.
Per carità. Dicono che mai dire mai.
Ci saranno dei giorni in cui ci sfioreremo ancora.
No, non è un addio.
Ma per adesso voi siete li, ed io qui.
Qui, eretta.
Voi?
Voi vi farete scopare da lui, lei e l’altro. Non mi importa più.
Io sono qui, eretta
E col collo scoperto.
Vi ho solo tagliati via.
Anche Barbie luce di stelle dovrebbe farlo.
Con affetto,
il Caschetto.
lunedì 21 luglio 2014
La riserva di Tempo
Lui era lì. Pronto come sempre.
Preciso. Scattante.
Né un minuto in più, né uno in meno.
Tempo era in forma, con l’addominale tirato, il piede scalpitante. Il borsone pronto.
Le scarpette con tutti tacchetti uguali, non nuovi, non usurati.
La partita, quella contro la squadra avversaria, i Ritar Datari, la prepara da sempre.
Strani loro. Bizzarri.
Perdenti, dice lui.
Di solito giocano sempre in uno in meno perché il loro più forte, lui, Per Digiorno, con quel nome che risuona come una bestemmia, quando va bene, si attarda negli spogliatoi.
Quando va male, lo trovi di sicuro a bere con quei due idioti di Inaf Fidabile e Tra Stullone e alla partita non ci arriva proprio.
Peccato non aver giocato tutte le partite perché ha i piedi buoni per davvero.
Questione di fortuna, dicono al bar.
La fidanzata di Tempo, la signorina Ora, è sul suo motorino della Fusorario ultimo modello, per dargli uno strappo. Lei non aspetta e Tempo lo sa bene.
Arrivano al Momento Giusto, dove c’è l’erbetta sintetica di un verde acceso. Il sole, un po' di vento e due nuvolette di pari dimensione. Ci son tutti.
Ecco, tutti tutti no.
Mai una volta eh? Mai na gioia!
Per fortuna arbitra il signor Quarto Doraccademico. Non fa storie, di solito.
Tempo, Preciso, Inorario, Puntuale, Sonopronto ci sono.
Arrivano, a ruota Tra Strullone, suo fratello Tra Felato, Inaf Fidabile, Sto Arrivando.
In lontananza anche Per Digiorno e il panchinaro Dueminutie Sondate (era al telefono con la sua fidanzata che lo aspetta solitamente sempre per la cena della sera prima)
-Chi manca?
-Il ragazzetto, la riserva di Tempo, il ragazzetto...
-Quale ragazzetto?
-Ma si, che te lo ricordi, dai. Voleva giocare anche lui e Preciso gli aveva detto precisamente di arrivare al Momento Giusto e all’ora programmata qui ed adesso. Né un minuto in più né un meno.
-Ma quale ragazzetto? Il figlio di quella che vende …
-Eccomiiii….Scusateee….Son qui! Son qui!Signore son qui!
-E tu saresti scusa?
-Piacere, io sono Iociprovo, il figlio di…
-Cosa sai fare esattamente?
-Chi? Io?
-E si tu ragazzetto. Che sai fare? Scatti? Tiri in porta? Pari? Anticipi le mosse? Le scadenze? Paghi le bollette? Non ti dimentichi neppure un numero civico? Cavalchi? Prendi tutti i treni? Che sai fare?
-Io… beh…io..
-Io ogni mattina mi sveglio
-Eh, bravo e poi?
-No, dicevo. Ogni mattina mi sveglio, mi lavo
(uuu si lava lui, con quei capelli lì, né lunghi né corti) (shhhh Sonopronto dai!!Non urlare!)
-Mi lavo, prendo un caffè, mi vesto e vado.
-E dove vai?
-Mi preparo.
-Bene si ho capito, ma ti prepari per fare cosa?
-Eh, signor Tempo, ad esempio stamattima mi son preparato per essere la sua riserva di stasera.
-E come ti sei allenato?
-A non avere paura della paura e a portare tutto questo con me- disse Iociprovo- indicando il grande zaino ai sui piedi.
-E cosa avresti lì dentro? Disse Tempo spazientito.
Intanto Ora, annoiata, era andata via a mangiare una pizza al nuovo locale Cogli al Volo.
-E…ci metto un po’ programmazione, un po’ speranza, un po’ di fiducia, un po’ di testa, un po’ di cuore e un po’ di culo. Poi un panino al formaggio ed una felpa che qui fa freddo. Infatti lo zainetto pesa un sacco, signor Tempo, vuol provare?
-Io non provo. Mai. Non ho bisogno di una riserva come te.
- Ne è proprio sicuro, signore?
-Certo che si. Come osi, ragazzino!!!
-No vede signore- disse Iociprovo- è che io potrei esserLe utile. Se dovesse perdere un treno, ad esempio, io potrei tirar fuori la speranza; se dovesse andare storto un appuntamento, io potrei darle un pezzo di fiducia. Potrei provarci quantomeno. E se tutto dovesse andar male, potremmo montare il cuore ed il culo e mangiare dei panini al formaggio. Non trova?
Signore? Non trova?
Iociprovo era lì, aspettava una risposta, ma non arrivò nulla.
Dicono che Tempo dia ragione dopo un po', ma deve aspettare che sua cugina Notte gli porti un consiglio.
Stava per andar via, un po’ deluso, ma mica tanto. L’aveva messo in conto.
Posso fare la riserva di qualcun altro, pensava tra sé e sé, quando gli chiesero.
-Scusa, ma dicevi che sei figlio di chi?
-Io sono il penultimo di tanti fratelli, forse conoscete la mia mamma.
Vende un po’ di tutto lì, all’angolo. Ogni tanto regala anche delle cose. Ogni tanto no. Da un sacco di consigli.
Degli schiaffi anche. Ha la mano pesante quando dà gli schiaffi. Una volta mi ha lasciato un livido che c’ho messo tre anni a dimenticarlo. Però è brava, per davvero. Ogni tanto parla così veloce che non la capisco subito e spesso fa delle cose che ti verrebbe da chiederle il perché. Però alla fine comprendi tutto e ti dai delle risposte. E poi è bravissima a preparare il passato, a volte lo fa con le verdure, altre volte solo coi ricordi. Non riscalda mai le minestre, a meno che tu non lo voglia. E se la inviti, ti porta sempre in dono un presente che puoi usare (o non usare) come meglio credi. Non è mai a mani vuote, lei.
E’ la signora Vita.
La conosce signore?
Preciso. Scattante.
Né un minuto in più, né uno in meno.
Tempo era in forma, con l’addominale tirato, il piede scalpitante. Il borsone pronto.
Le scarpette con tutti tacchetti uguali, non nuovi, non usurati.
La partita, quella contro la squadra avversaria, i Ritar Datari, la prepara da sempre.
Strani loro. Bizzarri.
Perdenti, dice lui.
Di solito giocano sempre in uno in meno perché il loro più forte, lui, Per Digiorno, con quel nome che risuona come una bestemmia, quando va bene, si attarda negli spogliatoi.
Quando va male, lo trovi di sicuro a bere con quei due idioti di Inaf Fidabile e Tra Stullone e alla partita non ci arriva proprio.
Peccato non aver giocato tutte le partite perché ha i piedi buoni per davvero.
Questione di fortuna, dicono al bar.
La fidanzata di Tempo, la signorina Ora, è sul suo motorino della Fusorario ultimo modello, per dargli uno strappo. Lei non aspetta e Tempo lo sa bene.
Arrivano al Momento Giusto, dove c’è l’erbetta sintetica di un verde acceso. Il sole, un po' di vento e due nuvolette di pari dimensione. Ci son tutti.
Ecco, tutti tutti no.
Mai una volta eh? Mai na gioia!
Per fortuna arbitra il signor Quarto Doraccademico. Non fa storie, di solito.
Tempo, Preciso, Inorario, Puntuale, Sonopronto ci sono.
Arrivano, a ruota Tra Strullone, suo fratello Tra Felato, Inaf Fidabile, Sto Arrivando.
In lontananza anche Per Digiorno e il panchinaro Dueminutie Sondate (era al telefono con la sua fidanzata che lo aspetta solitamente sempre per la cena della sera prima)
-Chi manca?
-Il ragazzetto, la riserva di Tempo, il ragazzetto...
-Quale ragazzetto?
-Ma si, che te lo ricordi, dai. Voleva giocare anche lui e Preciso gli aveva detto precisamente di arrivare al Momento Giusto e all’ora programmata qui ed adesso. Né un minuto in più né un meno.
-Ma quale ragazzetto? Il figlio di quella che vende …
-Eccomiiii….Scusateee….Son qui! Son qui!Signore son qui!
-E tu saresti scusa?
-Piacere, io sono Iociprovo, il figlio di…
-Cosa sai fare esattamente?
-Chi? Io?
-E si tu ragazzetto. Che sai fare? Scatti? Tiri in porta? Pari? Anticipi le mosse? Le scadenze? Paghi le bollette? Non ti dimentichi neppure un numero civico? Cavalchi? Prendi tutti i treni? Che sai fare?
-Io… beh…io..
-Io ogni mattina mi sveglio
-Eh, bravo e poi?
-No, dicevo. Ogni mattina mi sveglio, mi lavo
(uuu si lava lui, con quei capelli lì, né lunghi né corti) (shhhh Sonopronto dai!!Non urlare!)
-Mi lavo, prendo un caffè, mi vesto e vado.
-E dove vai?
-Mi preparo.
-Bene si ho capito, ma ti prepari per fare cosa?
-Eh, signor Tempo, ad esempio stamattima mi son preparato per essere la sua riserva di stasera.
-E come ti sei allenato?
-A non avere paura della paura e a portare tutto questo con me- disse Iociprovo- indicando il grande zaino ai sui piedi.
-E cosa avresti lì dentro? Disse Tempo spazientito.
Intanto Ora, annoiata, era andata via a mangiare una pizza al nuovo locale Cogli al Volo.
-E…ci metto un po’ programmazione, un po’ speranza, un po’ di fiducia, un po’ di testa, un po’ di cuore e un po’ di culo. Poi un panino al formaggio ed una felpa che qui fa freddo. Infatti lo zainetto pesa un sacco, signor Tempo, vuol provare?
-Io non provo. Mai. Non ho bisogno di una riserva come te.
- Ne è proprio sicuro, signore?
-Certo che si. Come osi, ragazzino!!!
-No vede signore- disse Iociprovo- è che io potrei esserLe utile. Se dovesse perdere un treno, ad esempio, io potrei tirar fuori la speranza; se dovesse andare storto un appuntamento, io potrei darle un pezzo di fiducia. Potrei provarci quantomeno. E se tutto dovesse andar male, potremmo montare il cuore ed il culo e mangiare dei panini al formaggio. Non trova?
Signore? Non trova?
Iociprovo era lì, aspettava una risposta, ma non arrivò nulla.
Dicono che Tempo dia ragione dopo un po', ma deve aspettare che sua cugina Notte gli porti un consiglio.
Stava per andar via, un po’ deluso, ma mica tanto. L’aveva messo in conto.
Posso fare la riserva di qualcun altro, pensava tra sé e sé, quando gli chiesero.
-Scusa, ma dicevi che sei figlio di chi?
-Io sono il penultimo di tanti fratelli, forse conoscete la mia mamma.
Vende un po’ di tutto lì, all’angolo. Ogni tanto regala anche delle cose. Ogni tanto no. Da un sacco di consigli.
Degli schiaffi anche. Ha la mano pesante quando dà gli schiaffi. Una volta mi ha lasciato un livido che c’ho messo tre anni a dimenticarlo. Però è brava, per davvero. Ogni tanto parla così veloce che non la capisco subito e spesso fa delle cose che ti verrebbe da chiederle il perché. Però alla fine comprendi tutto e ti dai delle risposte. E poi è bravissima a preparare il passato, a volte lo fa con le verdure, altre volte solo coi ricordi. Non riscalda mai le minestre, a meno che tu non lo voglia. E se la inviti, ti porta sempre in dono un presente che puoi usare (o non usare) come meglio credi. Non è mai a mani vuote, lei.
E’ la signora Vita.
La conosce signore?
venerdì 30 maggio 2014
In punta di naso
Io sono una che con gli odori di solito, capisce.
Che strada prendere, quale abbandonare. Che cibo ingerire, cosa evitare.
Chi baciare e a chi stringere solo la mano.
Mi fido del mio naso, diciamo, che non sarà bellissimo, ma è il mio ed io ci voglio bene.
Gli odori sono un po’ le mie molliche da Pollicino, diciamo.
So distinguere, per farti un esempio, tre diverse traverse di via Garibaldi perché una sa di pane, una di crepes e l’altra di gelato.
Stamattina l’aria aveva l’odore della fine della scuola. Proprio quell’odore lì.
L’odore del giubbotto di jeans sbottonato e dell’ Invicta portata su una spalla sola (almeno fino all’arrivo al cancello di casa).
L’odore della pasta che si può fare col pomodoro fresco perché la conserva non serva più.
L’odore di quella dannata ultima interrogazione di matematica.
Ho l’odore delle gambe che un po’ tremano sempre e del cuore un po’ lanciato in aria che speriamo non cada.
Di quei sogni un po’ azzardati.
I sogni di fine maggio
Che l’anno prossimo allora è un anno importante.
Che inizio il liceo. Che ho come compagna di banco sempre lei ed i suoi occhi azzurri. Che ho preso un bel voto con la prof di francese. Che c’è quel ragazzo di quinta che mi prende un po’ in giro perché son piccola. Che inizio a studiare filosofia. Ho parlato di me in quel tema. Di chi volevi che parlassi scusa, con questa mano e questa penna ?Poi ho gli esami. Poi devo scegliere l’università.
Con quei sogni azzardati sempre aperti, mai rinchiusi in cassetti o nascosti sotto il materasso.
Sempre in degli scatoloni mai imballati.
Ed un pezzettino in tasca.
I sogni di fine maggio.
Che hanno l’odore un po’ leggero dell’aria che cambia e che, ci puoi scommettere, annuncia qualcosa.
Che poi, magari, ti sposi. E quel cuore lì è ancora che svolazza e che lotta e che vola e che ci crede.
All’ultima interrogazione di matematica, invece, non ci ho mai creduto.
Che strada prendere, quale abbandonare. Che cibo ingerire, cosa evitare.
Chi baciare e a chi stringere solo la mano.
Mi fido del mio naso, diciamo, che non sarà bellissimo, ma è il mio ed io ci voglio bene.
Gli odori sono un po’ le mie molliche da Pollicino, diciamo.
So distinguere, per farti un esempio, tre diverse traverse di via Garibaldi perché una sa di pane, una di crepes e l’altra di gelato.
Stamattina l’aria aveva l’odore della fine della scuola. Proprio quell’odore lì.
L’odore del giubbotto di jeans sbottonato e dell’ Invicta portata su una spalla sola (almeno fino all’arrivo al cancello di casa).
L’odore della pasta che si può fare col pomodoro fresco perché la conserva non serva più.
L’odore di quella dannata ultima interrogazione di matematica.
Ho l’odore delle gambe che un po’ tremano sempre e del cuore un po’ lanciato in aria che speriamo non cada.
Di quei sogni un po’ azzardati.
I sogni di fine maggio
Che l’anno prossimo allora è un anno importante.
Che inizio il liceo. Che ho come compagna di banco sempre lei ed i suoi occhi azzurri. Che ho preso un bel voto con la prof di francese. Che c’è quel ragazzo di quinta che mi prende un po’ in giro perché son piccola. Che inizio a studiare filosofia. Ho parlato di me in quel tema. Di chi volevi che parlassi scusa, con questa mano e questa penna ?Poi ho gli esami. Poi devo scegliere l’università.
Con quei sogni azzardati sempre aperti, mai rinchiusi in cassetti o nascosti sotto il materasso.
Sempre in degli scatoloni mai imballati.
Ed un pezzettino in tasca.
I sogni di fine maggio.
Che hanno l’odore un po’ leggero dell’aria che cambia e che, ci puoi scommettere, annuncia qualcosa.
Che poi, magari, ti sposi. E quel cuore lì è ancora che svolazza e che lotta e che vola e che ci crede.
All’ultima interrogazione di matematica, invece, non ci ho mai creduto.
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