Il 2014 se n'è andato, e si è portato via un sacco di cose. Robin Williams, ad esempio, e con lui quelle poesie e quegli sguardi che hanno infiammato il mio già bruciante cuore liceale. E la sua morte mi ha fatto tanto incazzare. La casa in cui vivevo da single e quello specchio che aveva capito da sempre tutto prima di me. Si è portato via, per scelta, la mia lunga chioma alla quale, dopo oltre vent'anni di onorato servizio, ho dato un taglio, una sorta di scivolo per la pensione, una meritata vacanza. Del resto stare sempre sulle mie spalle non è stato affatto un lavoro da quattro soldi. Ed ora sono qui, a guardare la coda di scatoloni crescere, più o meno proporzionalmente a te che, al calduccio, te la godi mentre io do indicazioni su cosa sarà dentro e cosa non ha l'X Factor per entrare nella nostra nuova casa.
E come sempre si sta avverando la favola della magia degli scatoloni, quella per cui c'è la fatina che ti fa riapparire cose che prima erano sicuramente smarrite, nel paradiso dei calzini spaiati, ma che lei, per darti un po' di gioia in mezzo alla fatica, ti fa riapparire. Ed è proprio così che mi è venuta l'idea. L'idea dello scatolone per te. No, non ti preoccupare, non ti farò sollevare alcun peso (a questo, per il momento, ci pensa papà, la sera). No no, lo spacchetterai e metterai a posto quando ti andrà, se ti andrà.
Ci metto dentro i colori, innanzitutto, e la fantasia che sarà tutta tua. Colora come sai, come puoi e come ti piace. E se ti diranno di non uscire fuori agli spazi, fuori dagli schemi, valuta tu se è il caso o no. Ci metto i bottoni, le parole ed filo, in modo che tu possa cucire tutto addosso a te, che calzi a pennello solo a te. Ci metto l'ironia con cui dovrai prendere la vita e la bellezza dei sorrisi (questi, in realtà, te li mette papà, che è decisamente più bravo di me). Ci metto delle mani a cui ti potrai aggrappare e le domande alle quali troveremo risposte insieme. Ci metto le radici, che sono le mie, ma saranno anche un po' le tue e che non si trovano mai troppo lontane dal cuore. Ah si, il cuore, il cuore e le ali di piuma, che ti facciano entrambi palpitare di gioia e, per essa, volare. Ci metto delle foto, di quelle con le date dietro, che costruiranno il palazzo dei ricordi. Ci metto un fiore, che sarà il segnalibro delle tue pagine e degli stivali di gomma assai spessi, con cui calpestare la lunga strada verso il futuro, alla faccia delle intemperie. Ecco, si credo di aver iniziato a mettere da parte un po' di cose per te.
Se poi hai bisogno di soldi per andare a mangiare la pizza con i compagni di classe, ecco, chiedili stasera a papà.
martedì 3 febbraio 2015
mercoledì 7 gennaio 2015
Paragoni inesistenti
Sono una fissata delle parole, lo so, l'ho sempre saputo. Adoravo, da bambina, sfogliare il vocabolario alla ricerca delle parole e delle parolacce (dai che quando trovi "stronzo" fa ridere sempre). E perciò non pretendo che tu condivida ma te lo devo dire.
Ci sono paragoni che non hanno senso, metafore che utilizzi nella vita di tutti i giorni per spiegare delle cose o dei sentimenti ma che, lasciatelo dire, fanno cagare.
Di seguito, una breve lista, o elenco, o catalogo. Boh, fai tu.
1) Sei buono come il pane
Innanzitutto, il pane, è utile, prezioso, ma non è sempre buono. Ci son quelli confezionati già affettati ad esempio, che sanno di gommapiuma. Poi per carità, c'è gente che si lecca i baffi per il seitan, per cui va bene tutto.
In più i celiaci. Ci hai mai pensato ai celiaci? Potresti mai dire ad un celiaco che è buono come il pane? Minimo minimo c'ha na crisi e si gonfia.O sta sul cesso per 18 ore. Eppure ci sarà un buono anche tra i celiaci, no?
Per cui non so, fai come ti pare. Ma io 'sta metafora, se non altro, la limerei.
2) Furbo come una volpe.
Per carità, nulla contro le volpi, anzi son belle, eleganti ma.... avete presente le favole di Fedro o di Esopo? La volpe e la cicogna, la volpe e l'uva. Non so, ma così, a naso, mi è sempre parso che non ne uscisse mai da furba. Sopravvalutata, fintamente scaltra e poi punita, sia dalla cicogna che dall'alta uva. E poi in questo mondo di cravatte e furbi, mi piace sempre pensare che il mondo non sia loro, ma dei sensibili ed intelligenti, che magari l'uva la dividono. Ed il pane pure.
Ma quello che mi da' proprio ai nervi è questo:
3) Ti voglio bene come ad una sorella.
No, no e no. Il bene non deve avere l'etichetta come la frutta. Non esiste il bene Melinda o il bene Chiquita. Esiste il bene, senza bollino. Quello che si moltiplica. Quello che si vede ma che sa anche stare dietro le tende. Esistono gli sguardi che scaldano. Esiste tutto quello che ti pare, ma non paragonare mai nulla a tua sorella. Io ne ho una, una sola, e provo per lei tutti i beni del mondo. Per carità, non tolgo mica niente a nessuno, ognuno ha il suo pezzo di bene, ma il suo è solo suo. E li contiene tutti nell'essenza.
Ha il suo odore, ha il suo shampoo per capelli che si trasformano da cresta leonina a morbida seta. Ha i colori dei suoi pigiamini rosa, il rumore delle sue parole, delle sue lacrime, anche di quelle che da anni ingoia ogni volta che mi accompagna in aeroporto. Che noi non piangiamo mai sennò poi mamma che la frena? Ha i suoi numeri che io non so contare, ma che decifro in una sorta di codice Da Vinci tutto nostro. Ha le vite che ci siamo salvate a vicenda. Ha le sue scarpe col tacco che io derido ma che a lei stanno bene. Ha i suoi occhi che parlano, ha le sue riflessioni che durano mesi, anni. Quel bene lì è il bene delle nostre estati, dei nostri Natali, delle nostre Epifanie. Te la ricordi la Befana Ila'? Che contavamo chi delle due avesse più pezzi di carbone ai margini del camino, e al mattino scappavamo lì perchè dovevamo arrivare subito e per prime. Per me la Befana si è fermata lì, anni fa, con te, tra le calze, i 20 euro di mamma e papà ed il carbone che ci faceva incazzare per finta. E' un bene che non sa mai di rimpianto, perchè è vita, e la vita è sempre, è quella che scorre con il tuo stesso sangue e non c'è alcuna trasfusione di tempo, o lontananza che possa modificare quel colore e quelle vene.
Per cui, mio caro, non mi dire mai che mi vuoi bene come ad una sorella. Perchè se lo dici non ne hai una, è evidente. E mi spiace per te.
Ci sono paragoni che non hanno senso, metafore che utilizzi nella vita di tutti i giorni per spiegare delle cose o dei sentimenti ma che, lasciatelo dire, fanno cagare.
Di seguito, una breve lista, o elenco, o catalogo. Boh, fai tu.
1) Sei buono come il pane
Innanzitutto, il pane, è utile, prezioso, ma non è sempre buono. Ci son quelli confezionati già affettati ad esempio, che sanno di gommapiuma. Poi per carità, c'è gente che si lecca i baffi per il seitan, per cui va bene tutto.
In più i celiaci. Ci hai mai pensato ai celiaci? Potresti mai dire ad un celiaco che è buono come il pane? Minimo minimo c'ha na crisi e si gonfia.O sta sul cesso per 18 ore. Eppure ci sarà un buono anche tra i celiaci, no?
Per cui non so, fai come ti pare. Ma io 'sta metafora, se non altro, la limerei.
2) Furbo come una volpe.
Per carità, nulla contro le volpi, anzi son belle, eleganti ma.... avete presente le favole di Fedro o di Esopo? La volpe e la cicogna, la volpe e l'uva. Non so, ma così, a naso, mi è sempre parso che non ne uscisse mai da furba. Sopravvalutata, fintamente scaltra e poi punita, sia dalla cicogna che dall'alta uva. E poi in questo mondo di cravatte e furbi, mi piace sempre pensare che il mondo non sia loro, ma dei sensibili ed intelligenti, che magari l'uva la dividono. Ed il pane pure.
Ma quello che mi da' proprio ai nervi è questo:
3) Ti voglio bene come ad una sorella.
No, no e no. Il bene non deve avere l'etichetta come la frutta. Non esiste il bene Melinda o il bene Chiquita. Esiste il bene, senza bollino. Quello che si moltiplica. Quello che si vede ma che sa anche stare dietro le tende. Esistono gli sguardi che scaldano. Esiste tutto quello che ti pare, ma non paragonare mai nulla a tua sorella. Io ne ho una, una sola, e provo per lei tutti i beni del mondo. Per carità, non tolgo mica niente a nessuno, ognuno ha il suo pezzo di bene, ma il suo è solo suo. E li contiene tutti nell'essenza.
Ha il suo odore, ha il suo shampoo per capelli che si trasformano da cresta leonina a morbida seta. Ha i colori dei suoi pigiamini rosa, il rumore delle sue parole, delle sue lacrime, anche di quelle che da anni ingoia ogni volta che mi accompagna in aeroporto. Che noi non piangiamo mai sennò poi mamma che la frena? Ha i suoi numeri che io non so contare, ma che decifro in una sorta di codice Da Vinci tutto nostro. Ha le vite che ci siamo salvate a vicenda. Ha le sue scarpe col tacco che io derido ma che a lei stanno bene. Ha i suoi occhi che parlano, ha le sue riflessioni che durano mesi, anni. Quel bene lì è il bene delle nostre estati, dei nostri Natali, delle nostre Epifanie. Te la ricordi la Befana Ila'? Che contavamo chi delle due avesse più pezzi di carbone ai margini del camino, e al mattino scappavamo lì perchè dovevamo arrivare subito e per prime. Per me la Befana si è fermata lì, anni fa, con te, tra le calze, i 20 euro di mamma e papà ed il carbone che ci faceva incazzare per finta. E' un bene che non sa mai di rimpianto, perchè è vita, e la vita è sempre, è quella che scorre con il tuo stesso sangue e non c'è alcuna trasfusione di tempo, o lontananza che possa modificare quel colore e quelle vene.
Per cui, mio caro, non mi dire mai che mi vuoi bene come ad una sorella. Perchè se lo dici non ne hai una, è evidente. E mi spiace per te.
Anna Édes- Dezső Kosztolányi. Edizioni Anfora
"Il grido non nascondeva la rabbia”.
Ho conosciuto Anna Édes e Dezső Kosztolányi grazie a Mónika Szilágyi, che ne ha curato la traduzione e che, sin da ora, ringrazio.
La ringrazio perché leggere questo romanzo è stato più che imbattersi in un libro. E’ stato capire, imparare, a volte sospendere,per poi riprendere, la corsa.
In Anna Édes c’è tutto. C’ è un viaggio nel tempo e nei costumi dei borghesi in Ungheria durante gli anni del primo dopoguerra, c’è l’intrigo, c’è l’ansia delle aspettative, c’è il giallo.
Il romanzo si svolge quasi tutto all’interno del condominio, è un “Huis clos”.
Anna non esce quasi mai di casa. Quando lo fa però, ci si ritrova in strada con lei, alla scoperta di strade e di edifici nei suoi panni di serva, timida, a servizio di una famiglia descritta a tal punto da sembrare che i loro visi possano inciampare nelle tue giornate da un momento all’altro. La signora Vizy , che, lo ammetto, ho odiato, sottopone Anna a tutte le prove possibili, crea persino le condizioni perché ceda alla tentazione di rubare nella loro casa, ma niente, Anna è irreprensibile.
Anna non ruba, Anna non si concede, Anna è una serva perfetta. Irreprensibile e perfetta.
C’è una tensione palpabile in tutto il romanzo, a volte non si comprende bene cosa spinga i Vizy ad essere sempre così affannati.
Il comunismo? Il loro status borghese? La mancanza della reale conoscenza della felicità?
Ed in tutto questo Anna è tutto ciò che è, ed anche ciò che il lettore non si attenderebbe mai.
E' nella sorpresa delle situazioni e dei comportamenti che risiede l'unicità di questo romanzo: nulla è prevedibile e nulla è monocromatico.
"Accadde il miracolo quotidiano:stavano sognando".
Anna Édes- D.Kosztolányi. Trad. Mónika Szilágyi, Andrea Rényi- Edizioni Anfora
Ho conosciuto Anna Édes e Dezső Kosztolányi grazie a Mónika Szilágyi, che ne ha curato la traduzione e che, sin da ora, ringrazio.
La ringrazio perché leggere questo romanzo è stato più che imbattersi in un libro. E’ stato capire, imparare, a volte sospendere,per poi riprendere, la corsa.
In Anna Édes c’è tutto. C’ è un viaggio nel tempo e nei costumi dei borghesi in Ungheria durante gli anni del primo dopoguerra, c’è l’intrigo, c’è l’ansia delle aspettative, c’è il giallo.
Il romanzo si svolge quasi tutto all’interno del condominio, è un “Huis clos”.
Anna non esce quasi mai di casa. Quando lo fa però, ci si ritrova in strada con lei, alla scoperta di strade e di edifici nei suoi panni di serva, timida, a servizio di una famiglia descritta a tal punto da sembrare che i loro visi possano inciampare nelle tue giornate da un momento all’altro. La signora Vizy , che, lo ammetto, ho odiato, sottopone Anna a tutte le prove possibili, crea persino le condizioni perché ceda alla tentazione di rubare nella loro casa, ma niente, Anna è irreprensibile.
Anna non ruba, Anna non si concede, Anna è una serva perfetta. Irreprensibile e perfetta.
C’è una tensione palpabile in tutto il romanzo, a volte non si comprende bene cosa spinga i Vizy ad essere sempre così affannati.
Il comunismo? Il loro status borghese? La mancanza della reale conoscenza della felicità?
Ed in tutto questo Anna è tutto ciò che è, ed anche ciò che il lettore non si attenderebbe mai.
E' nella sorpresa delle situazioni e dei comportamenti che risiede l'unicità di questo romanzo: nulla è prevedibile e nulla è monocromatico.
"Accadde il miracolo quotidiano:stavano sognando".
Anna Édes- D.Kosztolányi. Trad. Mónika Szilágyi, Andrea Rényi- Edizioni Anfora
martedì 9 dicembre 2014
Corpi ribelli- Stefania Pastori
Non esistono vite completamente facili, nè completamente difficili.
Nè completamente felici o completamente senza una via d'uscita.
Esistono vite, esistono persone e, dietro e dentro, esistono storie.
Quella che ho avuto tra le mani è stata la storia di un'amica-coraggio, Stefania Pastori, della piccola grande Sofia di otto anni ma anche la storia di Carla, di Cecilia, di Francesca, di Veronica. Forse della tua vicina di casa.
E' la storia di un amore che si trasforma in violenza. Quindi non è la storia di un amore.
Chiamiamo le cose con il loro nome.
E' la storia di un uomo debole che sfoga la sua rabbia verso il mondo contro la donna che lo ama, che gli ha donato una figlia meravigliosa , Sofia.
Sofia che al quinto mese di vita manifesterà i segni di una malattia rara, una forma di epilessia che colpisce un bambino ogni 150 mila. Handicap che lui non accetterà a tal punto da iniziare una serie infinita di violenze fisiche e psicologiche su Stefania.
Che lo accecherà a tal punto da non far vedere ai suoi occhi la guarigione quasi miracolosa.
Un uomo come tanti, che Stefania ha avuto la forza di allontanare, di denunciare, di combattere, nonostante si sia ritrovata da sola, improvvisamente, senza casa, senza lavoro. Ma con una valigia di forza e dignità.
La cronaca è ricca di impietosi e lucidissimi casi di amori sbagliati, ormai finiti, che continuano a logorare, spesso fino ad epiloghi impietosi, anime che non riescono più ad uscirne.
Stefania no. Stefania è donna, è madre che salva. Stefania è GLOSS (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking).
Stefania è una risposta.
La conoscenza è sapere. Il sapere combatte ogni forma di ignoranza.
Conosci una forma di ignoranza più bassa della violenza?
Corpi ribelli, S. Pastori- Casa Editrice Kimerik
Nè completamente felici o completamente senza una via d'uscita.
Esistono vite, esistono persone e, dietro e dentro, esistono storie.
Quella che ho avuto tra le mani è stata la storia di un'amica-coraggio, Stefania Pastori, della piccola grande Sofia di otto anni ma anche la storia di Carla, di Cecilia, di Francesca, di Veronica. Forse della tua vicina di casa.
E' la storia di un amore che si trasforma in violenza. Quindi non è la storia di un amore.
Chiamiamo le cose con il loro nome.
E' la storia di un uomo debole che sfoga la sua rabbia verso il mondo contro la donna che lo ama, che gli ha donato una figlia meravigliosa , Sofia.
Sofia che al quinto mese di vita manifesterà i segni di una malattia rara, una forma di epilessia che colpisce un bambino ogni 150 mila. Handicap che lui non accetterà a tal punto da iniziare una serie infinita di violenze fisiche e psicologiche su Stefania.
Che lo accecherà a tal punto da non far vedere ai suoi occhi la guarigione quasi miracolosa.
Un uomo come tanti, che Stefania ha avuto la forza di allontanare, di denunciare, di combattere, nonostante si sia ritrovata da sola, improvvisamente, senza casa, senza lavoro. Ma con una valigia di forza e dignità.
La cronaca è ricca di impietosi e lucidissimi casi di amori sbagliati, ormai finiti, che continuano a logorare, spesso fino ad epiloghi impietosi, anime che non riescono più ad uscirne.
Stefania no. Stefania è donna, è madre che salva. Stefania è GLOSS (Gruppo di Lavoro e Osservatorio Sessismo e Stalking).
Stefania è una risposta.
La conoscenza è sapere. Il sapere combatte ogni forma di ignoranza.
Conosci una forma di ignoranza più bassa della violenza?
Corpi ribelli, S. Pastori- Casa Editrice Kimerik
L'imperfezione dei ricordi- di Francesco Borrasso
E' giunto sulla mia scrivania un libro che ha l'odore del sale. Quello del mare, dell'acqua che è pronta e bolle, quello delle lacrime.
Un libro scritto da una penna precisa, innamorata delle pagine bianche da riempire.
Sono giovani. Sono me, te, tuo figlio.
Diego è a Napoli da sempre. Non ha mai abbandonato la sua città, neppure quando sono andati via tutti, lasciandolo da solo alle prese con il suo dolore e il suo senso di colpa per la morte di un amico suicida.
Non hanno esitato ad andarsene i suoi amici di infanzia, Antonio, Genny e Nico.
E' andata via anche Giudy, che sembrava essere il volto dell'amore.
Da quel momento trascorrono giorni lenti e vuoti, banali cerchi concentrici alla ricerca di un modo per non pensare, per non lasciarsi sopraffare dai ricordi.
Già, i ricordi.
"Non è colpa mia se le cose finiscono. Non ci posso fare niente se alcune volte bisogna arrendersi all'evidenza".
I ricordi, quelli che si radicano al centro, in un posto improbabile tra testa e cuore. Quella tragica notte li ha un po’ cambiati tutti e ognuno di loro si è aggrappato alla propria effimera esistenza, come ci si aggrappa a un salvagente per non affogare. L’occasione per rincontrarsi, però, farà riaffiorare tutto ciò che in fondo era stato lasciato in sospeso e da cui non si può fuggire per sempre.
Un delicato ed appassionato intreccio di vite, di amicizie di luoghi che faranno sembrare la casa di Diego tutte le case del mondo.
Ed il gioco implacabile dei sentimenti che "ecco cos'è la mancanza, è che quando c'è lei mi sembra di fare un passo nel vuoto e quando non c'è, il vuoto sono io".
L'imperfezione dei ricordi, F. Borrasso- Ed. Rupe Mutevole
Un libro scritto da una penna precisa, innamorata delle pagine bianche da riempire.
Sono giovani. Sono me, te, tuo figlio.
Diego è a Napoli da sempre. Non ha mai abbandonato la sua città, neppure quando sono andati via tutti, lasciandolo da solo alle prese con il suo dolore e il suo senso di colpa per la morte di un amico suicida.
Non hanno esitato ad andarsene i suoi amici di infanzia, Antonio, Genny e Nico.
E' andata via anche Giudy, che sembrava essere il volto dell'amore.
Da quel momento trascorrono giorni lenti e vuoti, banali cerchi concentrici alla ricerca di un modo per non pensare, per non lasciarsi sopraffare dai ricordi.
Già, i ricordi.
"Non è colpa mia se le cose finiscono. Non ci posso fare niente se alcune volte bisogna arrendersi all'evidenza".
I ricordi, quelli che si radicano al centro, in un posto improbabile tra testa e cuore. Quella tragica notte li ha un po’ cambiati tutti e ognuno di loro si è aggrappato alla propria effimera esistenza, come ci si aggrappa a un salvagente per non affogare. L’occasione per rincontrarsi, però, farà riaffiorare tutto ciò che in fondo era stato lasciato in sospeso e da cui non si può fuggire per sempre.
Un delicato ed appassionato intreccio di vite, di amicizie di luoghi che faranno sembrare la casa di Diego tutte le case del mondo.
Ed il gioco implacabile dei sentimenti che "ecco cos'è la mancanza, è che quando c'è lei mi sembra di fare un passo nel vuoto e quando non c'è, il vuoto sono io".
L'imperfezione dei ricordi, F. Borrasso- Ed. Rupe Mutevole
Lettera ad uno studente fuori sede
Caro/a,
tu non sai chi sono io, ma io conosco perfettamente chi sei tu.
E non ti tedierò con frasi tipo "ci son passata prima di te" o "ai miei tempi....".
No.
Questa sarà per te una lettera dal futuro. Vivila così.
Tu che sei nato in una terra larga come un fazzoletto. Tu che per comprare un disco o un libro dovevi aspettare settembre, o la fiera, o andare in motorino con altri nel paese più grande.
Tu che ti sembravano tutti diversi da te.
Tu che chiudevi gli occhi e immaginavi che Daniele Silvestri avesse scritto Occhi da orientale per te, col pubblico che applaudiva e poi tu salivi sul palco perchè lui ti faceva roteare forte e "Nataliaaaaa è proooonto!!".
Tu andrai via e cercherai la tua strada. Lo dirai a tutti che lo fai per quello, ma in realtà hai una paura fottuta della tua strada, perchè tu conosci solo le strade di quel fazzoletto lì. Ed hai pure un senso dell'orientamento ridicolo.
E te ne andrai. E farai bene. Farai cose nuove, respirerai un'aria che ti sembrerà più lieve e rarefatta.
Farai lunghe code in mense buie mangiando pasta al fintopomodoro fingendo che sappia di buono e porterai lo yogurt o lo stracchino a casa per la cena. Avrai coinquilini che confonderanno il giorno con la notte, che potranno essere simili a te o completamente diversi. Io ne ho avuta una che buttava gli assorbenti nel cesso.
E pagherai l'affitto in nero a gente poco seria che verrà a riscuoterlo seriamente al 4 del mese.
E sentirai in terra straniera tanti accenti simili al tuo.
E ti chiederai quante cazzo di strade debbano esistere se ognuno cerca la propria.
Riceverai i "pacchi della felicità" dai tuoi e cenerete tu e tutto il centro alpini per una settimana.
E la valigia dopo le feste di Natale peserà in modo improponibile. Io sono stata fermata dai cani antidroga a Pisa, in stazione, alle 5 del mattino, dopo un viaggio di nove ore. Erano soppressate. Erano risate. Come cazzo li addestrate i cani?
E ti siederai di fronte a commissioni che vorranno sapere in cinque minuti quanto sei bravo o quanto sei sfigato. E se ne fregheranno della tua salivazione, della tua preparazione e della tua solitudine. E tu ti sentirai fortissimo e debolissimo insieme.
E tuo padre ti dirà di prenderti una pizza quando le cose non andranno come speravi.
E le cose si ripeteranno così forte e così velocemente che ti sembrerà come quando hai in un pugno chiuso dei coriandoli che poi basta un soffio.
E tutti quei piccoli pezzettini che ti stavano sul palmo della mano, se ne andranno, si disperderanno e ti lasceranno ricordi.
Per favore, se puoi evita i Quattro salti in padella. Gli spinaci filanti mi hanno nutrita in molte serate, ma poi ho scoperto che quella non è una mozzarella, è un surrogato. Non so, è come fare sesso con una che si spoglia in chat. Cioè che senso ha il surrogato della mozzarella? Poi vabbè fai tu. Dai Quattro salti forse ci dobbiam passare tutti.
E ti innamorerai di un amore che non capirai subito. Sarai più libero di prima, ma non avrai ancora capito bene chi sei. Quindi vivitelo, ma sappi che non sarà per sempre.
Forse non ci sarà mai il "per sempre". Tu, comunque, vivi.
E, quando poi gli altri ti diranno che sei grande abbastanza per cambiare ancora, lo farai.
Abbandonerai felpa e pantaloncini e comprerai la giacca da colloquio di lavoro.
E dentro di te sarai sempre il fuori sede che non conosce il nome delle strade.
Io sono tuttora quella che che vive di fronte al Di per di e di fianco al negozio di arredo bagni. Sperando che nessuno chiuda o cambi nome.
Ed un giorno, inspiegabilmente, mentre ti asciughi i capelli, o esci dall'ufficio con i colleghi che ti sembreranno tutti più precisi di te, o cammini in centro, ti verrà su "quell'ovo sodo che non va nè su nè giù".
E lo riconoscerai. Sarai bravissimo nel sapere che è lui e che non è catarro da raffreddamento.
Sentirai che i tuoi piedi richiamano le tue tue radici e vorresti trasformarti in albero per avere finalmente il senso della solidità.
Chiuderai gli occhi immaginando vite parallele mai vissute, e saprai che non è mai troppo tardi, per davvero, per capire chi sei.
Ho letto che quando compiamo una scelta, non è mai il 100% di noi che decide, ma solo il 51%.
Ecco, abbi il coraggio di ascoltare anche il 49%. Ovunque tu sia. Chiunque tu sia.
Con affetto.
Una fuori sede come tante
tu non sai chi sono io, ma io conosco perfettamente chi sei tu.
E non ti tedierò con frasi tipo "ci son passata prima di te" o "ai miei tempi....".
No.
Questa sarà per te una lettera dal futuro. Vivila così.
Tu che sei nato in una terra larga come un fazzoletto. Tu che per comprare un disco o un libro dovevi aspettare settembre, o la fiera, o andare in motorino con altri nel paese più grande.
Tu che ti sembravano tutti diversi da te.
Tu che chiudevi gli occhi e immaginavi che Daniele Silvestri avesse scritto Occhi da orientale per te, col pubblico che applaudiva e poi tu salivi sul palco perchè lui ti faceva roteare forte e "Nataliaaaaa è proooonto!!".
Tu andrai via e cercherai la tua strada. Lo dirai a tutti che lo fai per quello, ma in realtà hai una paura fottuta della tua strada, perchè tu conosci solo le strade di quel fazzoletto lì. Ed hai pure un senso dell'orientamento ridicolo.
E te ne andrai. E farai bene. Farai cose nuove, respirerai un'aria che ti sembrerà più lieve e rarefatta.
Farai lunghe code in mense buie mangiando pasta al fintopomodoro fingendo che sappia di buono e porterai lo yogurt o lo stracchino a casa per la cena. Avrai coinquilini che confonderanno il giorno con la notte, che potranno essere simili a te o completamente diversi. Io ne ho avuta una che buttava gli assorbenti nel cesso.
E pagherai l'affitto in nero a gente poco seria che verrà a riscuoterlo seriamente al 4 del mese.
E sentirai in terra straniera tanti accenti simili al tuo.
E ti chiederai quante cazzo di strade debbano esistere se ognuno cerca la propria.
Riceverai i "pacchi della felicità" dai tuoi e cenerete tu e tutto il centro alpini per una settimana.
E la valigia dopo le feste di Natale peserà in modo improponibile. Io sono stata fermata dai cani antidroga a Pisa, in stazione, alle 5 del mattino, dopo un viaggio di nove ore. Erano soppressate. Erano risate. Come cazzo li addestrate i cani?
E ti siederai di fronte a commissioni che vorranno sapere in cinque minuti quanto sei bravo o quanto sei sfigato. E se ne fregheranno della tua salivazione, della tua preparazione e della tua solitudine. E tu ti sentirai fortissimo e debolissimo insieme.
E tuo padre ti dirà di prenderti una pizza quando le cose non andranno come speravi.
E le cose si ripeteranno così forte e così velocemente che ti sembrerà come quando hai in un pugno chiuso dei coriandoli che poi basta un soffio.
E tutti quei piccoli pezzettini che ti stavano sul palmo della mano, se ne andranno, si disperderanno e ti lasceranno ricordi.
Per favore, se puoi evita i Quattro salti in padella. Gli spinaci filanti mi hanno nutrita in molte serate, ma poi ho scoperto che quella non è una mozzarella, è un surrogato. Non so, è come fare sesso con una che si spoglia in chat. Cioè che senso ha il surrogato della mozzarella? Poi vabbè fai tu. Dai Quattro salti forse ci dobbiam passare tutti.
E ti innamorerai di un amore che non capirai subito. Sarai più libero di prima, ma non avrai ancora capito bene chi sei. Quindi vivitelo, ma sappi che non sarà per sempre.
Forse non ci sarà mai il "per sempre". Tu, comunque, vivi.
E, quando poi gli altri ti diranno che sei grande abbastanza per cambiare ancora, lo farai.
Abbandonerai felpa e pantaloncini e comprerai la giacca da colloquio di lavoro.
E dentro di te sarai sempre il fuori sede che non conosce il nome delle strade.
Io sono tuttora quella che che vive di fronte al Di per di e di fianco al negozio di arredo bagni. Sperando che nessuno chiuda o cambi nome.
Ed un giorno, inspiegabilmente, mentre ti asciughi i capelli, o esci dall'ufficio con i colleghi che ti sembreranno tutti più precisi di te, o cammini in centro, ti verrà su "quell'ovo sodo che non va nè su nè giù".
E lo riconoscerai. Sarai bravissimo nel sapere che è lui e che non è catarro da raffreddamento.
Sentirai che i tuoi piedi richiamano le tue tue radici e vorresti trasformarti in albero per avere finalmente il senso della solidità.
Chiuderai gli occhi immaginando vite parallele mai vissute, e saprai che non è mai troppo tardi, per davvero, per capire chi sei.
Ho letto che quando compiamo una scelta, non è mai il 100% di noi che decide, ma solo il 51%.
Ecco, abbi il coraggio di ascoltare anche il 49%. Ovunque tu sia. Chiunque tu sia.
Con affetto.
Una fuori sede come tante
martedì 25 novembre 2014
Sono quel che
Sono quel che sono.
Sono una pagina continuamente bianca, che alle volte si riempie, altre mi respinge.
Sono il mare che ho negli occhi, per le volte che l'ho guardato e per tutte le volte che invece l'ho solo sognato.
Sono il frutto sull'albero, sono quello che cade lontano dal ramo ma mai troppo dalle radici.
Sono anche il frutto che non c'è ancora ma che cresce.
Sono tutto quello che non so, tutto quello che rimpiango e tutto ciò di cui ho paura e ne tremo.
Sono la forza inaspettata e la lacrima che non tace.
Sono mille donne in una, e nessuna mai senza un perchè.
Sono una pagina continuamente bianca, che alle volte si riempie, altre mi respinge.
Sono il mare che ho negli occhi, per le volte che l'ho guardato e per tutte le volte che invece l'ho solo sognato.
Sono il frutto sull'albero, sono quello che cade lontano dal ramo ma mai troppo dalle radici.
Sono anche il frutto che non c'è ancora ma che cresce.
Sono tutto quello che non so, tutto quello che rimpiango e tutto ciò di cui ho paura e ne tremo.
Sono la forza inaspettata e la lacrima che non tace.
Sono mille donne in una, e nessuna mai senza un perchè.
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