Arrotondando per eccesso, l'inverno è finito.
Arrotondando per eccesso, in fondo, meglio il gelo della grandine. Se cade sulla pelle il gelo, gela; la grandine (potrei dire grandina, ma vi stupirò)...livida, picchia, buca. E se non ci credete, ditelo alla Panda gialla che c'è sotto, in cortile.
Arrotondando per eccesso, l'inverno è finito.
Tira un po' di vento e c'è il sole.
Il primo, ma non ultimo e soprattutto visibile.
Si sente e sbrina.
Del nostro tempo rubato, delle tane in cui si siamo ficcati per chiedere rifugio, delle volte che non abbiam passeggiato in centro o sulla luna, il freddo se ne fotte.
E' marzo.
C'è chi tira le somme dell'IMU pagato a gennaio, chi tira pugni spaccando un tavolino, chi tira l'acqua e chi tira a campare.
L'inverno se ne fotte.
Lui è lungo ed è fatto di buio. Lui, l'inverno, di solare c'ha solo l'orario.
Ed i cappotti costano più dei costumi da bagno.
Ma l'inverno se ne fotte.
In fondo l'inverno, come i bambini, vuole solo una cosa: il Natale con la neve.
venerdì 14 marzo 2014
giovedì 13 marzo 2014
Come scontrini
Avrei dovuto scrivere una lettera per ogni cosa.
Che alle volte dovrebbero uscirti come se fossero degli scontrini dalla cassa della tua pancia, le lettere.
Ad esempio, quella volta che mi avevano detto che era morto Gesù.
Ed io piangevo, piangevo piangevo,. Avrei dovuto scrivere:
“Cavoli, gente! Ma perché non vi disperate un po’? Mi hanno detto che è morto un signore! Almeno un minimo di dolore. Cavoli! Per la morte ed anche per queste campane, che non sono campane, che non fatte di legno e che non so come si chiamino. Fanno paura anche a voi, vero?”.
La prima volta che ho avuto un libro tutto mio.
In realtà erano due libri: Pollyanna ed Il libro cuore. Era la fine della prima elementare e me li aveva regalati la mia maestra.
“Cara maestra, grazie. Pollyanna mi è piaciuto molto. Le pagine era lucide, colorate. Certo, lei un po’ sfortunata e con una zia un filino stronza. Cioè le mie zie non mi avrebbero mai trattata così. Credo. Poi per carità diventa buona, ok. Però a me le persone cattive proprio, in generale, non mi convincono. Il libro cuore? Mi ha lasciato due cose: il significato della parola “vedetta”, che non sapevo e poi ho chiesto a mamma se mi aiutava a cercarlo sul vocabolario e il vocabolario dice che è tipo una persona che si mette in un posto un po' nascosto e controlla, controlla controlla, sempre. Sta sempre con gli occhi aperti e non dorme mai e se c’è un pericolo la signora vedetta lo dice a tutti e tutti le credono.
Insomma dicevo, questa parola qui e poi Garrone. Simpatico. Ciao”
Il mio primo bacio, dalle suore.
Che tutti dicevano che mi si sarebbe spaccato il cuore in gola e le formiche si sarebbero trasformate in cigni ed il cielo si sarebbe tinto di tutti i colori della tavolozza di colori del pittore più grande di tutti i tempi e… Ed invece..
"Bo ciao, senti non so come iniziare. Senti guarda, di sicuro è colpa mia. Cioè sicuramente è così. Tu sei giusto ed io sono sbagliata. Sei carino, tutto montato con i pezzi giusti, ma io forse ho una malattia che non sapevo di avere: mi fa schifo la saliva.
O meglio, la tua, ecco. Mi ha dato fastidio. E non ho visto né i cigni, né i colori e manco le formiche, per cui mi sa che c’è qualcosa che non va. Che a me avevano raccontato che doveva funzionare diversamente. Per cui, ciao. E, vedrai, troverai quella giusta per te
(per inciso questa frase ha sempre portato bene perché i miei ex si son sposati tutti tutti).
La prima volta che ho cucinato.
Io tredici anni. Ilaria, lei, sette.
Io: la sorella maggiore. Ilaria, sempre lei, sempre sette.
Pentola- ce l’ho
Acqua- ce l’ho
Sale- ce l’ho
Pasta- pasta…pasta….cavoli è in alt….ok ok ce l’ho
- Che si mangia?
- Ili senti mamma ha già preparato il sugo che di sicuro è buonissimo maaaa... ti va se inventiamo una cosa tutta nostra?
- Siiiiiiiiiii
- Bene ecco a voi la pasta alla comm’esc!
- Alla?
- Alla comm’esc: comm’esc, esc
Ecco: “Cara Ilaria, lo so. Oggi la pasta era terribile. Troppo sale, troppo olio, troppo prosciutto, troppa provola che doveva amalgamare ed invece ha incollato tutto.. faceva schifo. Che nervi! E’ che questa cosa della sorella maggiore è una roba seria, sai? Ed io vorrei esserne capace. Perché poi tu un giorno vorrai , che ne so, vestirti come me, anche per una volta sola ma succederà. Il tuo primo rossetto sarà il mio rossetto. E mi sveglierai per un tuo incubo. E vorrai un mio consiglio per gli stivali da comprare a capodanno. Quando qualcuno ti ferità io dovrò dirtelo e tu forse mi odierai. Ma io dovrò dirtelo, capisci? E’ una cosa seria, capisci? Quando sbaglierò…e si mia cara…quando sbaglierò dieci, cento, mille paste, io ne soffrirò, perché avrò sbagliato davanti ad i tuoi occhi. Però Ilaria, vedi, comunque quel piatto, sbagliato o giusto, sarà sempre e solo tuo. Ci sarà sempre. Tu mi guarderai, ed io lo saprò già. Io ti guarderò, e tu lo sapevi già.
E quando forse un giorno andrò via di casa, no non adesso, adesso ho tredici anni, ma quando forse un giorno andrò via, bo, lascerò comunque sempre un pezzo di mio rossetto nel bagno. Ed un pezzo di cuore sotto il cuscino. Mettilo quando vuoi. Il rossetto e pure il cuore. Io sono quella che sono e sono l’unica cosa certa che ho. Ciao. Ps tvb”.
Avrei dovuto scrivere una lettera per ogni cosa e conservarle, come si conservano i biglietti dei concerti.
Adesso lo so. Adesso che ho nel mio cestino millemila carte appallottolate, con dentro mille vocali e consonanti appiccicate.
Stasera tutti a cena, distribuisco lettere ad uno ad uno.
Tranquilli: cucino io.
Che alle volte dovrebbero uscirti come se fossero degli scontrini dalla cassa della tua pancia, le lettere.
Ad esempio, quella volta che mi avevano detto che era morto Gesù.
Ed io piangevo, piangevo piangevo,. Avrei dovuto scrivere:
“Cavoli, gente! Ma perché non vi disperate un po’? Mi hanno detto che è morto un signore! Almeno un minimo di dolore. Cavoli! Per la morte ed anche per queste campane, che non sono campane, che non fatte di legno e che non so come si chiamino. Fanno paura anche a voi, vero?”.
La prima volta che ho avuto un libro tutto mio.
In realtà erano due libri: Pollyanna ed Il libro cuore. Era la fine della prima elementare e me li aveva regalati la mia maestra.
“Cara maestra, grazie. Pollyanna mi è piaciuto molto. Le pagine era lucide, colorate. Certo, lei un po’ sfortunata e con una zia un filino stronza. Cioè le mie zie non mi avrebbero mai trattata così. Credo. Poi per carità diventa buona, ok. Però a me le persone cattive proprio, in generale, non mi convincono. Il libro cuore? Mi ha lasciato due cose: il significato della parola “vedetta”, che non sapevo e poi ho chiesto a mamma se mi aiutava a cercarlo sul vocabolario e il vocabolario dice che è tipo una persona che si mette in un posto un po' nascosto e controlla, controlla controlla, sempre. Sta sempre con gli occhi aperti e non dorme mai e se c’è un pericolo la signora vedetta lo dice a tutti e tutti le credono.
Insomma dicevo, questa parola qui e poi Garrone. Simpatico. Ciao”
Il mio primo bacio, dalle suore.
Che tutti dicevano che mi si sarebbe spaccato il cuore in gola e le formiche si sarebbero trasformate in cigni ed il cielo si sarebbe tinto di tutti i colori della tavolozza di colori del pittore più grande di tutti i tempi e… Ed invece..
"Bo ciao, senti non so come iniziare. Senti guarda, di sicuro è colpa mia. Cioè sicuramente è così. Tu sei giusto ed io sono sbagliata. Sei carino, tutto montato con i pezzi giusti, ma io forse ho una malattia che non sapevo di avere: mi fa schifo la saliva.
O meglio, la tua, ecco. Mi ha dato fastidio. E non ho visto né i cigni, né i colori e manco le formiche, per cui mi sa che c’è qualcosa che non va. Che a me avevano raccontato che doveva funzionare diversamente. Per cui, ciao. E, vedrai, troverai quella giusta per te
(per inciso questa frase ha sempre portato bene perché i miei ex si son sposati tutti tutti).
La prima volta che ho cucinato.
Io tredici anni. Ilaria, lei, sette.
Io: la sorella maggiore. Ilaria, sempre lei, sempre sette.
Pentola- ce l’ho
Acqua- ce l’ho
Sale- ce l’ho
Pasta- pasta…pasta….cavoli è in alt….ok ok ce l’ho
- Che si mangia?
- Ili senti mamma ha già preparato il sugo che di sicuro è buonissimo maaaa... ti va se inventiamo una cosa tutta nostra?
- Siiiiiiiiiii
- Bene ecco a voi la pasta alla comm’esc!
- Alla?
- Alla comm’esc: comm’esc, esc
Ecco: “Cara Ilaria, lo so. Oggi la pasta era terribile. Troppo sale, troppo olio, troppo prosciutto, troppa provola che doveva amalgamare ed invece ha incollato tutto.. faceva schifo. Che nervi! E’ che questa cosa della sorella maggiore è una roba seria, sai? Ed io vorrei esserne capace. Perché poi tu un giorno vorrai , che ne so, vestirti come me, anche per una volta sola ma succederà. Il tuo primo rossetto sarà il mio rossetto. E mi sveglierai per un tuo incubo. E vorrai un mio consiglio per gli stivali da comprare a capodanno. Quando qualcuno ti ferità io dovrò dirtelo e tu forse mi odierai. Ma io dovrò dirtelo, capisci? E’ una cosa seria, capisci? Quando sbaglierò…e si mia cara…quando sbaglierò dieci, cento, mille paste, io ne soffrirò, perché avrò sbagliato davanti ad i tuoi occhi. Però Ilaria, vedi, comunque quel piatto, sbagliato o giusto, sarà sempre e solo tuo. Ci sarà sempre. Tu mi guarderai, ed io lo saprò già. Io ti guarderò, e tu lo sapevi già.
E quando forse un giorno andrò via di casa, no non adesso, adesso ho tredici anni, ma quando forse un giorno andrò via, bo, lascerò comunque sempre un pezzo di mio rossetto nel bagno. Ed un pezzo di cuore sotto il cuscino. Mettilo quando vuoi. Il rossetto e pure il cuore. Io sono quella che sono e sono l’unica cosa certa che ho. Ciao. Ps tvb”.
Avrei dovuto scrivere una lettera per ogni cosa e conservarle, come si conservano i biglietti dei concerti.
Adesso lo so. Adesso che ho nel mio cestino millemila carte appallottolate, con dentro mille vocali e consonanti appiccicate.
Stasera tutti a cena, distribuisco lettere ad uno ad uno.
Tranquilli: cucino io.
mercoledì 12 marzo 2014
Signor Sì
E’ un pensiero da poco che riemerge dai cassetti del tempo. Ora che il si ed il no dovrebbero avere dei margini chiari, precisi e delineati. Ora che ho, perché dicono così, gli strumenti per tutto.
Ero bambina ma piccola per davvero.
Avevo delle sopracciglia che Beppe Bergomi in confronto era andato da un fashion stylist, portavo i fuseaux (che adesso si chiamerebbero leggins) con i fiori stampati giganti, le fascette di lana per evitare l’otite (in realtà era precauzionale perché io non è che soffrissi di otite, vabbè), pensavo che mia madre fosse altissima perché la vedevo dal basso, e credevo un sacco a tutto e in tutto.
Credevo un sacco persino in me.
E poi credevo che ci fosse un signore antipatico, lavoratore indefesso, che non aveva a casa una bambina come me (o come te) che puntualmente la sera chiamava a casa e voleva parlare con il mio papà.
Il mio papà.
E se papà diceva Signor Si , era Lui e papà usciva e tornava a lavorare. Scappava dal Signor Si.
Però non credo volesse più bene a lui che a me.
Nella lista del “non voglio” avevo:
- Non voglio tagliare i capelli
- Non voglio mangiare i broccoli
- Non voglio mai lavorare con il Signor Si
E facevo un sacco di disegni su questo Signor Si, ma, soprattutto, speravo di non incontrarlo mai.
Che poi magari di notte faceva uscire anche me, ed io c’avevo paura.
Signor Si, signore.
E non aveva pietà.
Sinniorsì, si-no-si, Signor Si
Certo, son cambiate molte cose.
Ho tagliato, fatto ricrescere e ritagliato i capelli mille volte.
Adoro i broccoli, anche come contorno.
Poi fanno bene a tutto: colesterolo, anti tumorali, riempitivi, sostitutivi, palliativi.
Sono fichi i broccoli.
E bo.
Si, il signor si, giusto.
Bo, credo di averlo incontrato
Si.
Adesso ha il tablet .
Magari non fa più le telefonate, ma le call
Però si, l’ho incrociato. Non somigliava per nulla ai miei disegni.
Peccato perché disegnavo bene anche con i colori a cera.
Non aveva il cappotto nero e la barba lunga.
Era vestito bene, col profumo e la barba sempre fatta al mattino.
Viaggiava con un trolley e dentro di sicuro aveva un piccolo manuale su “come si fa a diventare così perfetti in 10 mosse”.
Ne fanno pochi così.
Cioè non tutti poi diventano il Signor Si.
Alcuni si fermano al Signor. Altri inciampano addirittura prima.
Tra una scala mobile e l’altra.
Che se sbagli direzione/verso, le scale mobili sono un’arma di distruzione di massa.
Ma se lo becchi, tranquillo, lo ricosci.
Ah e se lo becchi, fai quel che puoi.
Copriti bene se è notte e scudati bene se è giorno
A, per la cronaca, mia mamma è ancora altissima, anche vista dall’alto.
Ero bambina ma piccola per davvero.
Avevo delle sopracciglia che Beppe Bergomi in confronto era andato da un fashion stylist, portavo i fuseaux (che adesso si chiamerebbero leggins) con i fiori stampati giganti, le fascette di lana per evitare l’otite (in realtà era precauzionale perché io non è che soffrissi di otite, vabbè), pensavo che mia madre fosse altissima perché la vedevo dal basso, e credevo un sacco a tutto e in tutto.
Credevo un sacco persino in me.
E poi credevo che ci fosse un signore antipatico, lavoratore indefesso, che non aveva a casa una bambina come me (o come te) che puntualmente la sera chiamava a casa e voleva parlare con il mio papà.
Il mio papà.
E se papà diceva Signor Si , era Lui e papà usciva e tornava a lavorare. Scappava dal Signor Si.
Però non credo volesse più bene a lui che a me.
Nella lista del “non voglio” avevo:
- Non voglio tagliare i capelli
- Non voglio mangiare i broccoli
- Non voglio mai lavorare con il Signor Si
E facevo un sacco di disegni su questo Signor Si, ma, soprattutto, speravo di non incontrarlo mai.
Che poi magari di notte faceva uscire anche me, ed io c’avevo paura.
Signor Si, signore.
E non aveva pietà.
Sinniorsì, si-no-si, Signor Si
Certo, son cambiate molte cose.
Ho tagliato, fatto ricrescere e ritagliato i capelli mille volte.
Adoro i broccoli, anche come contorno.
Poi fanno bene a tutto: colesterolo, anti tumorali, riempitivi, sostitutivi, palliativi.
Sono fichi i broccoli.
E bo.
Si, il signor si, giusto.
Bo, credo di averlo incontrato
Si.
Adesso ha il tablet .
Magari non fa più le telefonate, ma le call
Però si, l’ho incrociato. Non somigliava per nulla ai miei disegni.
Peccato perché disegnavo bene anche con i colori a cera.
Non aveva il cappotto nero e la barba lunga.
Era vestito bene, col profumo e la barba sempre fatta al mattino.
Viaggiava con un trolley e dentro di sicuro aveva un piccolo manuale su “come si fa a diventare così perfetti in 10 mosse”.
Ne fanno pochi così.
Cioè non tutti poi diventano il Signor Si.
Alcuni si fermano al Signor. Altri inciampano addirittura prima.
Tra una scala mobile e l’altra.
Che se sbagli direzione/verso, le scale mobili sono un’arma di distruzione di massa.
Ma se lo becchi, tranquillo, lo ricosci.
Ah e se lo becchi, fai quel che puoi.
Copriti bene se è notte e scudati bene se è giorno
A, per la cronaca, mia mamma è ancora altissima, anche vista dall’alto.
mercoledì 12 febbraio 2014
Datemi una i
Insieme.
I miei anni ed i tuoi. Dapprima
isolati, poi
incrociati.
Incontrati,
incollati.Stupefatti per l'ardore della scoperta,
immobilizzati dalla paura del principio.
Inizio. Un balcone, degli amici e foglie di menta
intorno ad un tavolo fatto di gambe e sudore estivo.
Io dovevo partire. Tu volevi restare.
Il tempo ha poi scandito le sue voglie, rubandole all'abitudine,
inchiodandoci gli occhi e slegandoci le mani.
Io che cammino tra sole e polvere, tu che salti gli ostacoli.
Inciampiamo così, in momenti come questo
in cui vivo tutto
in un boccone d'aria. Non adesso, non domani ma forse
Invecchieremo. Si, di sicuro
invecchieremo, così,
insieme.
I miei anni ed i tuoi. Dapprima
isolati, poi
incrociati.
Incontrati,
incollati.Stupefatti per l'ardore della scoperta,
immobilizzati dalla paura del principio.
Inizio. Un balcone, degli amici e foglie di menta
intorno ad un tavolo fatto di gambe e sudore estivo.
Io dovevo partire. Tu volevi restare.
Il tempo ha poi scandito le sue voglie, rubandole all'abitudine,
inchiodandoci gli occhi e slegandoci le mani.
Io che cammino tra sole e polvere, tu che salti gli ostacoli.
Inciampiamo così, in momenti come questo
in cui vivo tutto
in un boccone d'aria. Non adesso, non domani ma forse
Invecchieremo. Si, di sicuro
invecchieremo, così,
insieme.
venerdì 31 gennaio 2014
Cel'ho-cel'ho-mimanca
Dionne Warwick, Stevie Wonder, Elton John, Gladys Knight cantano That's what friends are for.
Mi piace un sacco. Con fuori il buio ed immaginando cumuli di neve.
“A me le parole piacciono. Amo le frasi lunghe, i sospiri che non finiscono più. Mi piace quando, a volte, le parole nascondono quello che vogliono dire; o lo dicono in un modo diverso” .
Dicono che siano le nostre stesse mani ad annodare, tessere e sciogliere i fili della sorte
Che l'essere felici e l'esser tristi siano scelte che intraprendiamo più o meno consapevolmente.
Dicono un sacco di cose effettivamente.
C’è gente che quando dice, lo dice così bene e con lo sguardo così convinto, che sembra di saperlo sul serio.
A volte basta il gusto del gelato dopo un raffreddore che ti aveva impedito di sentire qualsiasi aroma a renderti felice.
Una pizza d’asporto verso casa di lui con le mani fredde.
Una lettera della tua amica fatta di cuori fucsia, stelline e tvb, risalente a prima che ti tradisse, prima che si truccasse così pesantemente volto ed anima, come fosse la peggiore delle puttane.
Anzi, chiedo venia alle puttane: loro vendono corpo e prestazione, non mettono all’asta amicizie.
E c’è una donna, che ho conosciuto, che tiene la sua felicità in una vecchia scarpa nascosta sul fondo dell'armadio: un assegno da 18.547.301 euro e 28 centesimi.
Durante l'estrazione del lotto, quella voce ha letto i numeri sui quali lei aveva puntato e che aveva scelto a caso tra date da ricordare, numeri di telefono affiorati d'un tratto e cifre scarabocchiate su una pagina consumata.
E' lei, proprio lei, ad aver vinto quella somma da capogiro. Adesso è la donna più ricca del paesino in cui vive e presto tutti la vorranno.
Tutti la guarderanno, la cercheranno, le offriranno dei caffè e dei sorrisi.
Dovrebbe essere felice, invasata da una voglia matta di darsi allo shopping più inutile e costoso, ma ha imparato che se qualcosa fa paura quella cosa non può essere la felicità.
Cioè non che la felicità, a volte, non ti blocchi le gambe e paralizzi il fiato.
Però non è paura quella.
E’ un po’ come la differenza che intercorre tra il sudore dopo una corsa ed il sudore dopo una colica da indigestione.
Così, anziché gridare ai quattro venti la sua fortuna, la nasconde accuratamente nell'armadio, lontana dagli occhi, lontana dal cuore.
Scrive liste infinite delle cose che non ha ma che vorrebbe avere, si nutre dei sogni che ha sempre sognato.
Scrive e riscrive cose grosse e di valore ma è come se in fondo, nel profondo, dove ristagnano le verità senza ammuffire, non volesse più di quel che ha.
Un papà che ogni sei minuti perde la memoria; una mamma morta troppo presto; due figli grandi e lontani; un blog e una merceria fatti entrambi di nastri e merletti; un marito rozzo e schietto, che la porta raramente in vacanza, che non le ricorda mai quanto è bella, ma che tuttavia c'è.
Sulla vetta e nell'abisso, nell'allegria e nel lutto. Lui è rimasto. Con le sue mani grosse e ruvide.Le cose che non ho…
Odio i fiori perché appassiscono, perché sono facilmente sostituibili: morti quelli li rimpiazzi. Son peggio dei papi, i fiori.
Non hanno radici e, se le hanno, se le son scordate.Le cose che non ho…
Non ho occhi senza lacrime e alle lacrime spesso non rinuncio. Quella è la mia acqua, che bagna.
Non hoNoh ho scatole in cui depositare le ansie, i ricordi ed i cappotti sotto la naftalina.
Non ho niente di cui mi debba vergognare, se non quando capita di avere gambe non perfettamente depilate al 15 di agosto, ma, per questo, c’ho Maria (grazie Maria).
Non ho conigli nel cilindro, anzi non ho né conigli, né cilindri.Un giorno dirò perché ho sempre odiato Alice e il suo cazzo di paese delle meraviglie.
Non ho assi nella manica.
Non ho baguette sotto le ascelle.
Non ho pifferai magici con cui attirare l’attenzione e non ho la memoria di super Vichy per cui, tranquillo, il dolore ogni tanto lo dimentico (bugia, ho una memoria incredibile. Chi mi circonda lo sa).
Non ho lo smalto sulle unghie e non ho neanche un cappello.
Vedi, io sono qui.
Sono tutto quello che ho e sono anche tutto quello che mi manca.
Leggetelo, attaccati al termosifone, con una tisana al finocchio (ops, colpa di real time).
martedì 14 gennaio 2014
Quelli che...fino alla fine
Ci son delle cose che finiscono anche se tu la fine non la vedi.
Cioè non tutto è come il vasetto di yogurt che raschi raschi raschi fino in fondo, facendo quel rumore fastidioso, leccando magari anche i bordi fin quando, oggettivamente, non se ne può più, non ce n’è più.
Ci son delle cose che finiscono e ti fanno male come se ti si spezzasse un’unghia nello stomaco.
Mentre la ascoltavo mi si sono spezzate tutte le unghie nello stomaco che ricordavo di avere.
Ricordo quell’unghia lì che l’avevo mangiata nel 1994 e boh. Mi si è spezzata stasera.
Tanto comunque su Focus ho letto che le unghie non le digerisci mai.
Più facile digerire i fagioli al purgatorio di mia nonna (se non sai cosa siano i fagioli al purgatorio non ti basterà Google, ti manca proprio un pezzo).
E mentre parlava mi è ritornata in mente una delle mie immagini ricorrenti, di quelle che mi ricreo quando penso a delle cose tremendamente grosse.
Quelle immagini dei post-concerti, dei post-conferenze, dei post-eventi, dei post-cose insomma.
Di quando se ne sono andati tutti e tu puoi essere l’ultimo che va via, quello che spegne tutto e si porta in tasca il rumore e negli occhi la luce.
Io son quella che aspetta.
Che attende sempre un po’.
Quella che al cinema non esce alla fine dell'ultima scena, ma che si legge i titoli di coda, anche solo per conoscere il nome del parrucchiere che ha tinto di biondo e cotonato le piume di Jennifer Lawrence.
Quella che ai concerti di piazza, dopo un po’, ripassa, si fa il secondo giro e si gode lo smontaggio.
E a volte è tutto così.
Cioè che solo quando la musica finisce capisci il palco che c’era sotto.
E com’era stato montato.
Perché comunque il palco deve reggere tutto.
Deve reggere la tua band, e le chitarre, e la batteria, e le luci, e le travi con le americane per l’effetto giusto. Deve reggere te, che ci saltelli sopra vestito in finta pelle che stringiti pure ancora tra nuvole e lenzuola e che certe notti vai da Mario, altre da Gino, che però se sotto non è tutto tra terra, legno e ferro e con l’incastro perfetto, non vai da nessuna parte.
E non tutti i palchi fanno innalzare. Non da tutti c’è la visuale piena di quello che accade. Non da tutti riesce a scorgere il cartellone della ragazza dell’ultima fila.
Alcuni son bassi, altri piazzati nell’angolo sbagliato della strada.
I peggiori e quelli che mi fanno più paura son quelli che riesci a smontare in fretta.
Se i brutti palchi o i dolorosi pensieri potessero trasformarsi in sudore, basterebbe una doccia per mandarli via.
Invece no.
Con i brutti palchi non so.
Coi dolorosi pensieri no di certo.
Solo mentre smonti capisci quanta ambizione c’è nella costruzione delle cose.
C’è tutto il tuo essere, il tuo non essere , il sapere e quello che impari facendo.
E costruire poi genera un dono, quello del ricordo, della memoria.
Un po’ come i materassi di nuova generazione che si chiamano Memory, che prendono la forma del tuo corpo, che così puoi sia addormentarti velocemente sia capire quanto siano intense le corna che lui ti ha messo, se è stata solo ‘na sveltina per intenderci o se l’altra si è pure fermata a dormire.
Mentre costruisci ti ricordi se l’hai già fatto o se quella volta lì, per esempio, hai sbagliato. Ed allora provi a non sbagliare più.
A imparare di nuovo come si fa.
Come si fa a non sbagliare e a costruirne un pezzo in più.
Ad essere lì a cercare una soluzione quando sarebbe più facile buttarlo tutto e rifarlo da zero.
Ho comprato mille giornaletti di enigmistica nella mia vita ed ho capito che stavo per crescere quando ho smesso di lasciare a metà quelli che sbagliavo, preferendo iniziare un Bartezzaghi nuovo. Ho capito che la penna la puoi ripassare sopra e,magari, ti esce la parola corretta.
Magari no.
Ma riprovarci non mi fa più schifo ecco.
Sbagliare non mi fa più schifo.
Accettare l’errore dell’altro neppure.
Me la vivo tutta. Non smetto adesso. Non adesso. Non smetto di lottare adesso. Non adesso. Non smetto di amare adesso.
Soffro di più così? Pazienza
“Che la morte mi trovi viva, insomma, porca puttana”.
P.S.
Ah alla fine di questo non vi suggerisco nessuno libro.
Però voi fatelo. Leggete. O pensate.
Adesso
Cioè non tutto è come il vasetto di yogurt che raschi raschi raschi fino in fondo, facendo quel rumore fastidioso, leccando magari anche i bordi fin quando, oggettivamente, non se ne può più, non ce n’è più.
Ci son delle cose che finiscono e ti fanno male come se ti si spezzasse un’unghia nello stomaco.
Mentre la ascoltavo mi si sono spezzate tutte le unghie nello stomaco che ricordavo di avere.
Ricordo quell’unghia lì che l’avevo mangiata nel 1994 e boh. Mi si è spezzata stasera.
Tanto comunque su Focus ho letto che le unghie non le digerisci mai.
Più facile digerire i fagioli al purgatorio di mia nonna (se non sai cosa siano i fagioli al purgatorio non ti basterà Google, ti manca proprio un pezzo).
E mentre parlava mi è ritornata in mente una delle mie immagini ricorrenti, di quelle che mi ricreo quando penso a delle cose tremendamente grosse.
Quelle immagini dei post-concerti, dei post-conferenze, dei post-eventi, dei post-cose insomma.
Di quando se ne sono andati tutti e tu puoi essere l’ultimo che va via, quello che spegne tutto e si porta in tasca il rumore e negli occhi la luce.
Io son quella che aspetta.
Che attende sempre un po’.
Quella che al cinema non esce alla fine dell'ultima scena, ma che si legge i titoli di coda, anche solo per conoscere il nome del parrucchiere che ha tinto di biondo e cotonato le piume di Jennifer Lawrence.
Quella che ai concerti di piazza, dopo un po’, ripassa, si fa il secondo giro e si gode lo smontaggio.
E a volte è tutto così.
Cioè che solo quando la musica finisce capisci il palco che c’era sotto.
E com’era stato montato.
Perché comunque il palco deve reggere tutto.
Deve reggere la tua band, e le chitarre, e la batteria, e le luci, e le travi con le americane per l’effetto giusto. Deve reggere te, che ci saltelli sopra vestito in finta pelle che stringiti pure ancora tra nuvole e lenzuola e che certe notti vai da Mario, altre da Gino, che però se sotto non è tutto tra terra, legno e ferro e con l’incastro perfetto, non vai da nessuna parte.
E non tutti i palchi fanno innalzare. Non da tutti c’è la visuale piena di quello che accade. Non da tutti riesce a scorgere il cartellone della ragazza dell’ultima fila.
Alcuni son bassi, altri piazzati nell’angolo sbagliato della strada.
I peggiori e quelli che mi fanno più paura son quelli che riesci a smontare in fretta.
Se i brutti palchi o i dolorosi pensieri potessero trasformarsi in sudore, basterebbe una doccia per mandarli via.
Invece no.
Con i brutti palchi non so.
Coi dolorosi pensieri no di certo.
Solo mentre smonti capisci quanta ambizione c’è nella costruzione delle cose.
C’è tutto il tuo essere, il tuo non essere , il sapere e quello che impari facendo.
E costruire poi genera un dono, quello del ricordo, della memoria.
Un po’ come i materassi di nuova generazione che si chiamano Memory, che prendono la forma del tuo corpo, che così puoi sia addormentarti velocemente sia capire quanto siano intense le corna che lui ti ha messo, se è stata solo ‘na sveltina per intenderci o se l’altra si è pure fermata a dormire.
Mentre costruisci ti ricordi se l’hai già fatto o se quella volta lì, per esempio, hai sbagliato. Ed allora provi a non sbagliare più.
A imparare di nuovo come si fa.
Come si fa a non sbagliare e a costruirne un pezzo in più.
Ad essere lì a cercare una soluzione quando sarebbe più facile buttarlo tutto e rifarlo da zero.
Ho comprato mille giornaletti di enigmistica nella mia vita ed ho capito che stavo per crescere quando ho smesso di lasciare a metà quelli che sbagliavo, preferendo iniziare un Bartezzaghi nuovo. Ho capito che la penna la puoi ripassare sopra e,magari, ti esce la parola corretta.
Magari no.
Ma riprovarci non mi fa più schifo ecco.
Sbagliare non mi fa più schifo.
Accettare l’errore dell’altro neppure.
Me la vivo tutta. Non smetto adesso. Non adesso. Non smetto di lottare adesso. Non adesso. Non smetto di amare adesso.
Soffro di più così? Pazienza
“Che la morte mi trovi viva, insomma, porca puttana”.
P.S.
Ah alla fine di questo non vi suggerisco nessuno libro.
Però voi fatelo. Leggete. O pensate.
Adesso
lunedì 25 novembre 2013
Dei sogni nel cassetto al tempo dell'Ikea
Domenica scorsa sono stata all’Ikea.
A 3 anni sognavo di disegnare un cerchio perfetto con un unico tratto. Come il tizio sulla confezione di matite colorate. E di riuscire a lavar bene le mani senza lasciare troppe tracce delle mie avventure pennarellistiche.
A 5 anni, di poter correre a perdifiato senza soffrire di epistassi (altrimenti detta emorragia nasale) che invece, ahimè, mi colpiva senza preavviso. Bastarda. Io a scuola materna ero quella che“Natalia non stare troppo al sole. Vedrai che con lo sviluppo questa cosa ti passerà”. Volevo essere una bambina normale. Ero invece quella che stava all'ombra guardando gli altri, fantasticando su cosa fosse "lo sviluppo".
A 10 anni sognavo di scrivere un libro. Come Jo di Piccole Donne (io sono, in realtà, Jo) (Non ridere)
A 13, di compiere un’importante scoperta archeologica. Come quelle raccontate da Piero Angela. Non mi perdevo mai una puntata di Quark. E scrivere un libro. Con la Olivetti di mio nonno.
A 16, scoprire i misteri della mente umana. Come Freud. E scrivere un libro. Come Pirandello. O come Kafka.
A 18, eliminare le ingiustizie sociali. Come Martin Luther King. E scrivere un libro. Come Pasternak. E comprare un parca verde.
A 20 di laurearmi in legge, imparare la Costituzione a memoria e diventare un po’ Perry Maison, un po’ Ally McBeal, un po’ Gaber e un po’ Salvatore Dalì. Che apparentemente non centra nulla. Però aveva dei baffi stupendi. E scrivere un libro. Come Foster Wallace. E come Cassano.
A 27 di essere donna senza doverlo urlare, di poter re-imparare a muovermi nel mondo camminando senza ombrelli, che tanto li dimentico nel primo bar. Senza rabbia, né rancore, ma con fossetta attaccata sulla guancia. E pure di poter piangere su un autobus senza dovermene vergognare. Di sorridere. E di scrivere un libro. Come Toni Morrison. ( E mi pare che quando c’avevo ventisette anni o giù di lì pure la D’Addario. Vabbè)
Adesso sogno di varcare l’uscio di casa ( e già questo è fico perché significa che ho le chiavi) abbandonare la borsa gigante a terra e gridare “amoreeee sono torn……..”
E scrivere tanti fogli da raccogliere per non fare troppo casino che la casa è piccola e la scrivania pure e….
Sono andata all’Ikea.
Mamme, per favore, lesson number five: un passeggino è un passeggino.
Non è un’arma impropria da utilizzare per farsi spazio tra i corridoi dai percorsi obbligatori indicati da frecce di gomma colorate.
Non è neppure un carrello in più.
Per cui tra un figlio sfinito ed un lenzuolo a righe KoprituttaKasa, per favore, date priorità al primo.
Salvo indicazioni contrarie dettate dalla bellezza del lenzuolo.
Cari papà: far finta che tutto ciò non accada o che non esista o che non sia mai esistito perché voi c’avete ancora 12 anni ed in quel momento non siete all’Ikea, ma sul campo di calcetto con Gino imitando Mazzola, è illogico ed immorale. Seppur bellissimo.
Mi servirebbe una cassettiera, un armadio con dei cassetti, un comodino con dei cassetti.
Che c’ho troppi fogli e troppi sogni tutti insieme, tutti mischiati in casa e per strada. E non ci stanno.
E la casa è piccola.
E la strada è piccola.
E bisogna far ordine.
Tra l’altro è ancora tutto un po’ di qua e un po’ di là.
Sul divano, per esempio, adesso c’è lei:
“Lo so, sembra niente, ma per me già capire che pullman devo prendere, dove passa e come arrivarci è un lavoretto”
A 3 anni sognavo di disegnare un cerchio perfetto con un unico tratto. Come il tizio sulla confezione di matite colorate. E di riuscire a lavar bene le mani senza lasciare troppe tracce delle mie avventure pennarellistiche.
A 5 anni, di poter correre a perdifiato senza soffrire di epistassi (altrimenti detta emorragia nasale) che invece, ahimè, mi colpiva senza preavviso. Bastarda. Io a scuola materna ero quella che“Natalia non stare troppo al sole. Vedrai che con lo sviluppo questa cosa ti passerà”. Volevo essere una bambina normale. Ero invece quella che stava all'ombra guardando gli altri, fantasticando su cosa fosse "lo sviluppo".
A 10 anni sognavo di scrivere un libro. Come Jo di Piccole Donne (io sono, in realtà, Jo) (Non ridere)
A 13, di compiere un’importante scoperta archeologica. Come quelle raccontate da Piero Angela. Non mi perdevo mai una puntata di Quark. E scrivere un libro. Con la Olivetti di mio nonno.
A 16, scoprire i misteri della mente umana. Come Freud. E scrivere un libro. Come Pirandello. O come Kafka.
A 18, eliminare le ingiustizie sociali. Come Martin Luther King. E scrivere un libro. Come Pasternak. E comprare un parca verde.
A 20 di laurearmi in legge, imparare la Costituzione a memoria e diventare un po’ Perry Maison, un po’ Ally McBeal, un po’ Gaber e un po’ Salvatore Dalì. Che apparentemente non centra nulla. Però aveva dei baffi stupendi. E scrivere un libro. Come Foster Wallace. E come Cassano.
A 27 di essere donna senza doverlo urlare, di poter re-imparare a muovermi nel mondo camminando senza ombrelli, che tanto li dimentico nel primo bar. Senza rabbia, né rancore, ma con fossetta attaccata sulla guancia. E pure di poter piangere su un autobus senza dovermene vergognare. Di sorridere. E di scrivere un libro. Come Toni Morrison. ( E mi pare che quando c’avevo ventisette anni o giù di lì pure la D’Addario. Vabbè)
Adesso sogno di varcare l’uscio di casa ( e già questo è fico perché significa che ho le chiavi) abbandonare la borsa gigante a terra e gridare “amoreeee sono torn……..”
E scrivere tanti fogli da raccogliere per non fare troppo casino che la casa è piccola e la scrivania pure e….
Sono andata all’Ikea.
Mamme, per favore, lesson number five: un passeggino è un passeggino.
Non è un’arma impropria da utilizzare per farsi spazio tra i corridoi dai percorsi obbligatori indicati da frecce di gomma colorate.
Non è neppure un carrello in più.
Per cui tra un figlio sfinito ed un lenzuolo a righe KoprituttaKasa, per favore, date priorità al primo.
Salvo indicazioni contrarie dettate dalla bellezza del lenzuolo.
Cari papà: far finta che tutto ciò non accada o che non esista o che non sia mai esistito perché voi c’avete ancora 12 anni ed in quel momento non siete all’Ikea, ma sul campo di calcetto con Gino imitando Mazzola, è illogico ed immorale. Seppur bellissimo.
Mi servirebbe una cassettiera, un armadio con dei cassetti, un comodino con dei cassetti.
Che c’ho troppi fogli e troppi sogni tutti insieme, tutti mischiati in casa e per strada. E non ci stanno.
E la casa è piccola.
E la strada è piccola.
E bisogna far ordine.
Tra l’altro è ancora tutto un po’ di qua e un po’ di là.
Sul divano, per esempio, adesso c’è lei:
“Lo so, sembra niente, ma per me già capire che pullman devo prendere, dove passa e come arrivarci è un lavoretto”
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