venerdì 31 gennaio 2014

Cel'ho-cel'ho-mimanca

Dionne Warwick, Stevie Wonder, Elton John, Gladys Knight cantano That's what friends are for.
Mi piace un sacco. Con fuori il buio ed immaginando cumuli di neve.
A me le parole piacciono. Amo le frasi lunghe, i sospiri che non finiscono più. Mi piace quando, a volte, le parole nascondono quello che vogliono dire; o lo dicono in un modo diverso” .
Dicono che siano le nostre stesse mani ad annodare, tessere e sciogliere i fili della sorte
Che l'essere felici e l'esser tristi siano scelte che intraprendiamo più o meno consapevolmente.
Dicono un sacco di cose effettivamente.
C’è gente che quando dice, lo dice così bene e con lo sguardo così convinto, che sembra di saperlo sul serio.
A volte basta il gusto del gelato dopo un raffreddore che ti aveva impedito di sentire qualsiasi aroma a renderti felice.
Una pizza d’asporto verso casa di lui con le mani fredde.
Una lettera della tua amica fatta di cuori fucsia, stelline e tvb, risalente a prima che ti tradisse, prima che si truccasse così pesantemente volto ed anima, come fosse la peggiore delle puttane.
Anzi, chiedo venia alle puttane: loro vendono corpo e prestazione, non mettono all’asta amicizie.
E c’è una donna, che ho conosciuto, che tiene la sua felicità in una vecchia scarpa nascosta sul fondo dell'armadio: un assegno da 18.547.301 euro e 28 centesimi.
Durante l'estrazione del lotto, quella voce ha letto i numeri sui quali lei aveva puntato e che aveva scelto a caso tra date da ricordare, numeri di telefono affiorati d'un tratto e cifre scarabocchiate su una pagina consumata.
E' lei, proprio lei, ad aver vinto quella somma da capogiro. Adesso è la donna più ricca del paesino in cui vive e presto tutti la vorranno.
Tutti la guarderanno, la cercheranno, le offriranno dei caffè e dei sorrisi.
Dovrebbe essere felice, invasata da una voglia matta di darsi allo shopping più inutile e costoso, ma ha imparato che se qualcosa fa paura quella cosa non può essere la felicità.
Cioè non che la felicità, a volte, non ti blocchi le gambe e paralizzi il fiato.
Però non è paura quella.
E’ un po’ come la differenza che intercorre tra il sudore dopo una corsa ed il sudore dopo una colica da indigestione.
Così, anziché gridare ai quattro venti la sua fortuna, la nasconde accuratamente nell'armadio, lontana dagli occhi, lontana dal cuore.
Scrive liste infinite delle cose che non ha ma che vorrebbe avere, si nutre dei sogni che ha sempre sognato.
Scrive e riscrive cose grosse e di valore ma è come se in fondo, nel profondo, dove ristagnano le verità senza ammuffire, non volesse più di quel che ha.
Un papà che ogni sei minuti perde la memoria; una mamma morta troppo presto; due figli grandi e lontani; un blog e una merceria fatti entrambi di nastri e merletti; un marito rozzo e schietto, che la porta raramente in vacanza, che non le ricorda mai quanto è bella, ma che tuttavia c'è.
Sulla vetta e nell'abisso, nell'allegria e nel lutto. Lui è rimasto. Con le sue mani grosse e ruvide.
Le cose che non ho…
Odio i fiori perché appassiscono, perché sono facilmente sostituibili: morti quelli li rimpiazzi.
Son peggio dei papi, i fiori.
Non hanno radici e, se le hanno, se le son scordate.
Le cose che non ho…
Non ho occhi senza lacrime e alle lacrime spesso non rinuncio. Quella è la mia acqua, che bagna.
Non ho
Noh ho scatole in cui depositare le ansie, i ricordi ed i cappotti sotto la naftalina.
Non ho niente di cui mi debba vergognare, se non quando capita di avere gambe non perfettamente depilate al 15 di agosto, ma, per questo, c’ho Maria (grazie Maria).
Non ho conigli nel cilindro, anzi non ho né conigli, né cilindri.
Un giorno dirò perché ho sempre odiato Alice e il suo cazzo di paese delle meraviglie.
Non ho assi nella manica.
Non ho baguette sotto le ascelle.
Non ho pifferai magici con cui attirare l’attenzione e non ho la memoria di super Vichy per cui, tranquillo, il dolore ogni tanto lo dimentico (bugia, ho una memoria incredibile. Chi mi circonda lo sa).
Non ho lo smalto sulle unghie e non ho neanche un cappello.
Vedi, io sono qui.
Sono tutto quello che ho e sono anche tutto quello che mi manca.

Leggetelo, attaccati al termosifone, con una tisana al finocchio (ops, colpa di real time).


martedì 14 gennaio 2014

Quelli che...fino alla fine

Ci son delle cose che finiscono anche se tu la fine non la vedi.
Cioè non tutto è come il vasetto di yogurt che raschi raschi raschi fino in fondo, facendo quel rumore fastidioso, leccando magari anche i bordi fin quando, oggettivamente, non se ne può più, non ce n’è più.
Ci son delle cose che finiscono e ti fanno male come se ti si spezzasse un’unghia nello stomaco.
Mentre la ascoltavo mi si sono spezzate tutte le unghie nello stomaco che ricordavo di avere.
Ricordo quell’unghia lì che l’avevo mangiata nel 1994 e boh. Mi si è spezzata stasera.
Tanto comunque su Focus ho letto che le unghie non le digerisci mai.
Più facile digerire i fagioli al purgatorio di mia nonna (se non sai cosa siano i fagioli al purgatorio non ti basterà Google, ti manca proprio un pezzo).
E mentre parlava mi è ritornata in mente una delle mie immagini ricorrenti, di quelle che mi ricreo quando penso a delle cose tremendamente grosse.
Quelle immagini dei post-concerti, dei post-conferenze, dei post-eventi, dei post-cose insomma.
Di quando se ne sono andati tutti e tu puoi essere l’ultimo che va via, quello che spegne tutto e si porta in tasca il rumore e negli occhi la luce.
Io son quella che aspetta.
Che attende sempre un po’.
Quella che al cinema non esce alla fine dell'ultima scena, ma che si legge i titoli di coda, anche solo per conoscere il nome del parrucchiere che ha tinto di biondo e cotonato le piume di Jennifer Lawrence.
Quella che ai concerti di piazza, dopo un po’, ripassa, si fa il secondo giro e si gode lo smontaggio.
E a volte è tutto così.
Cioè che solo quando la musica finisce capisci il palco che c’era sotto.
E com’era stato montato.
Perché comunque il palco deve reggere tutto.
Deve reggere la tua band, e le chitarre, e la batteria, e le luci, e le travi con le americane per l’effetto giusto. Deve reggere te, che ci saltelli sopra vestito in finta pelle che stringiti pure ancora tra nuvole e lenzuola e che certe notti vai da Mario, altre da Gino, che però se sotto non è tutto tra terra, legno e ferro e con l’incastro perfetto, non vai da nessuna parte.
E non tutti i palchi fanno innalzare. Non da tutti c’è la visuale piena di quello che accade. Non da tutti riesce a scorgere il cartellone della ragazza dell’ultima fila.
Alcuni son bassi, altri piazzati nell’angolo sbagliato della strada.
I peggiori e quelli che mi fanno più paura son quelli che riesci a smontare in fretta.
Se i brutti palchi o i dolorosi pensieri potessero trasformarsi in sudore, basterebbe una doccia per mandarli via.
Invece no.
Con i brutti palchi non so.
Coi dolorosi pensieri no di certo.
Solo mentre smonti capisci quanta ambizione c’è nella costruzione delle cose.
C’è tutto il tuo essere, il tuo non essere , il sapere e quello che impari facendo.
E costruire poi genera un dono, quello del ricordo, della memoria.
Un po’ come i materassi di nuova generazione che si chiamano Memory, che prendono la forma del tuo corpo, che così puoi sia addormentarti velocemente sia capire quanto siano intense le corna che lui ti ha messo, se è stata solo ‘na sveltina per intenderci o se l’altra si è pure fermata a dormire.
Mentre costruisci ti ricordi se l’hai già fatto o se quella volta lì, per esempio, hai sbagliato. Ed allora provi a non sbagliare più.
A imparare di nuovo come si fa.
Come si fa a non sbagliare e a costruirne un pezzo in più.
Ad essere lì a cercare una soluzione quando sarebbe più facile buttarlo tutto e rifarlo da zero.
Ho comprato mille giornaletti di enigmistica nella mia vita ed ho capito che stavo per crescere quando ho smesso di lasciare a metà quelli che sbagliavo, preferendo iniziare un Bartezzaghi nuovo. Ho capito che la penna la puoi ripassare sopra e,magari, ti esce la parola corretta.
Magari no.
Ma riprovarci non mi fa più schifo ecco.
Sbagliare non mi fa più schifo.
Accettare l’errore dell’altro neppure.
Me la vivo tutta. Non smetto adesso. Non adesso. Non smetto di lottare adesso. Non adesso. Non smetto di amare adesso.
Soffro di più così? Pazienza

“Che la morte mi trovi viva, insomma, porca puttana”.

P.S.
Ah alla fine di questo non vi suggerisco nessuno libro.
Però voi fatelo. Leggete. O pensate.
Adesso

lunedì 25 novembre 2013

Dei sogni nel cassetto al tempo dell'Ikea

Domenica scorsa sono stata all’Ikea.
A 3 anni sognavo di disegnare un cerchio perfetto con un unico tratto. Come il tizio sulla confezione di matite colorate. E di riuscire a lavar bene le mani senza lasciare troppe tracce delle mie avventure pennarellistiche.

A 5 anni, di poter correre a perdifiato senza soffrire di epistassi (altrimenti detta emorragia nasale) che invece, ahimè, mi colpiva senza preavviso. Bastarda. Io a scuola materna ero quella che“Natalia non stare troppo al sole. Vedrai che con lo sviluppo questa cosa ti passerà”. Volevo essere una bambina normale. Ero invece quella che stava all'ombra guardando gli altri, fantasticando su cosa fosse "lo sviluppo".

A 10 anni sognavo di scrivere un libro. Come Jo di Piccole Donne (io sono, in realtà, Jo) (Non ridere)

A 13, di compiere un’importante scoperta archeologica. Come quelle raccontate da Piero Angela. Non mi perdevo mai una puntata di Quark. E scrivere un libro. Con la Olivetti di mio nonno.

A 16, scoprire i misteri della mente umana. Come Freud. E scrivere un libro. Come Pirandello. O come Kafka.

A 18, eliminare le ingiustizie sociali. Come Martin Luther King. E scrivere un libro. Come Pasternak. E comprare un parca verde.

A 20 di laurearmi in legge, imparare la Costituzione a memoria e diventare un po’ Perry Maison, un po’ Ally McBeal, un po’ Gaber e un po’ Salvatore Dalì. Che apparentemente non centra nulla. Però aveva dei baffi stupendi. E scrivere un libro. Come Foster Wallace. E come Cassano.

A 27 di essere donna senza doverlo urlare, di poter re-imparare a muovermi nel mondo camminando senza ombrelli, che tanto li dimentico nel primo bar. Senza rabbia, né rancore, ma con fossetta attaccata sulla guancia. E pure di poter piangere su un autobus senza dovermene vergognare. Di sorridere. E di scrivere un libro. Come Toni Morrison. ( E mi pare che quando c’avevo ventisette anni o giù di lì pure la D’Addario. Vabbè)

Adesso sogno di varcare l’uscio di casa ( e già questo è fico perché significa che ho le chiavi) abbandonare la borsa gigante a terra e gridare “amoreeee sono torn……..”

E scrivere tanti fogli da raccogliere per non fare troppo casino che la casa è piccola e la scrivania pure e….

Sono andata all’Ikea.
Mamme, per favore, lesson number five: un passeggino è un passeggino.
Non è un’arma impropria da utilizzare per farsi spazio tra i corridoi dai percorsi obbligatori indicati da frecce di gomma colorate.
Non è neppure un carrello in più.
Per cui tra un figlio sfinito ed un lenzuolo a righe KoprituttaKasa, per favore, date priorità al primo.
Salvo indicazioni contrarie dettate dalla bellezza del lenzuolo.

Cari papà: far finta che tutto ciò non accada o che non esista o che non sia mai esistito perché voi c’avete ancora 12 anni ed in quel momento non siete all’Ikea, ma sul campo di calcetto con Gino imitando Mazzola, è illogico ed immorale. Seppur bellissimo.

Mi servirebbe una cassettiera, un armadio con dei cassetti, un comodino con dei cassetti.
Che c’ho troppi fogli e troppi sogni tutti insieme, tutti mischiati in casa e per strada. E non ci stanno.
E la casa è piccola.
E la strada è piccola.
E bisogna far ordine.
Tra l’altro è ancora tutto un po’ di qua e un po’ di là.
Sul divano, per esempio, adesso c’è lei:

“Lo so, sembra niente, ma per me già capire che pullman devo prendere, dove passa e come arrivarci è un lavoretto”



martedì 19 novembre 2013

Con il cuore a serramanico

Non ho più paura di me.
Cioè, mi spiego.
Capita sempre quella mattina sbagliata in cui ti svegli con le occhiaie, il brufolo sul mento ed i capelli totalmente impettinabili che Pantene hydra liss-col-cazzo-che-funziona.
Ma
Non ho più paura di me.
Ti svegli, quella stessa mattina lì e quella te lì non la scacci più con un colpo di fondotinta ed una calzamaglia di sorriso impermeabile.
Ne accarezzi gli errori, ne apprezzi le nottate insonni.
Deridi un po' quelle ansie, come fa una vecchia zia. La guardi allo specchio e, senza parlare troppo, le lanci uno sguardo del tipo "quando sarai grande capirai".
Non ho più l'ansia di colmarmi ed i vuoti non sono più vuoti d'aria, nè a rendere, nè a perdere.
Magari non vincono, ma manco perdono, ecco.
Ecco.
Non digrigno più i denti per una lacrima. Non chiedo scusa prima di parlare, semmai dopo.
Non corro in cerca di certezze nel futuro, cammino.nel presente e faccio, e disfo, e sogno, e lotto e mi indigno e faccio pace e spero.
Non ho bisogno di sentirmi dire che mi ami, mi basta sentirlo.
Faccio me, adesso, insomma.

Andrea De Carlo mi direbbe una cosa tipo
Lo so come ti senti. È come essere dietro un vetro, non puoi toccare niente di quello che vedi. Ho passato tre quarti della mia vita chiuso fuori, finché ho capito che l'unico modo è romperlo. E se hai paura di farti male, prova a immaginarti di essere già vecchio e quasi morto, pieno di rimpianti.

Non ho paura.
Credo.


martedì 5 novembre 2013

Coiti interrotti

Entrano ed escono come si fa in rosticceria.
Le persone.
Nella vita, nei rapporti e in questa libreria fatta di pagine e di aliti impalpabili.
La gente.
Alle volte, da seduti, sembra di vivere la vita a metà.
Da metà vita in giù, intendo.
Come i giornalisti, quelli seri, con il tailleur blu o grigio coda di volpe di Londra, che si vedono in tv.
Che magari sotto la giacca sono in mutande.
Clemente Mimun potrebbe avere, ad esempio, solo i boxer di Natale di Calzedonia. Quelli che suonano al centro e che stonano anche il più banale dei Jingle Bells.
O Lilly Gruber indossare tutti i giorni una scarpa viola ed una gialla, e tu non lo sapresti mai e forse non lo saprebbe neppure lei.
C’è chi crede che dalla vita in giù non ci sia nulla.
E’ una vita di mezzi busti che aspettano delle gambe per correre da qualcuno.
Da quelli che entrano.
Entrano, sbriciolano panini e parole a caso su questa scrivania, alle volte un ciao, un buongiorno.E se ne vanno.
Ti chiedono come si intitola l’ultimo di Fabio Volo, se in famiglia è tutto ok . E se ne vanno.
E’ una vita di coiti interrotti vissuti dalla vita in su.
Pensa un po’.
Che leggi la trama degli altri non negli occhi, nelle loro strette di mano o nei vaffanculo durante un litigio, ma nei quarti di copertina.
Di cosa ti lamenti?
Se non sai capire la differenza tra un ti amo e un non ti amo più, solo perché non è scritta in una mail.
Cosa vuoi?
Se la vita ti dev’essere spiegata come fosse la legenda del Monopoli.
E la mancanza non la capisci solo perché anche un mezzo busto fa presenza.
E non comprendi la differenza tra un mezzo busto e un busto intero. Con le gambe pronte a correre.
Come si fa a non capire?
E’ così che funziona.
C’è chi i libri li legge e chi li scrive.
Chi gli arancini li sa filare, e chi li compra già unti in friggitoria.
Chi il pesce lo pesca e chi compra il merluzzo Findus.
E poi lì, in mezzo, ci sono un sacco, una miriade, una infinità, di sfumature, di colori.
C'è chi i libri non li scrive e non li legge, ma li compra soltanto.
Chi non ama la frittura e neppure gli arancini (lo so, è inspiegabile, ma c'è anche sta gente), chi il pesce non lo pesca ma odia i surgelati e quindi lo va a mangiare direttamente in Norvegia.
C’è un sacco di roba in mezzo, capisci?
E non sempre c’è il quarto di copertina per tutti.
Quindi bello mio, levati le scarpe di pelle sottile biodegradabile, lasciale sulla riva del tuo mondo perfettamente finto ed inutile che fuori c'è pioggia. E' Novembre.
Fuori ci son pozzanghere coperte di foglie secche, piscio di cane ai bordi. Ci son mozziconi di sigaretta gettati di fretta prima di salire sul tram. C'è sole che scalda e vento che penetra.
E devi ballare, camminare o correre per come viene.
C'è terra lì fuori, ci son scelte da fare e strade da percorrere, e non ci sarà sempre qualcuno pronto a prenderti in braccia per evitare che i tuoi pieni umanissimi si sporchino lì in mezzo.
O sai vivere o no.
Oppure puoi decidere di restare lì, dentro la teca dei ricordi, dove John Lennon e Lou Reed sono ancora vivi e mangiano insieme un kebab parlando di donne.
O sai vivere o no.
Lì non c’è sfumatura che tenga.
E non a tutti i perché c’è una risposta.
C’è chi lo sa fare e chi no.
Sono le differenze, mio caro.
Quelle spaventano i mezzi busti e che nutrono chi vive, così.

In piedi.

Amo ciò che di tenace ancora sopravvive nei miei occhi, nelle mie camere abbandonate dove abita la luna e ragni di mia proprietà e distruzioni che mi sono care, adoro il mio essere perduto, la mia sostanza imperfetta.


















martedì 29 ottobre 2013

Su una pietra che rotola non si forma la muffa

+1
E non solo come età.
Cioè non solo nel senso che tra due mesi i miei 30 subiranno un +1 e la cosa mi porta, inevitabilmente, a riflettere.
Anche in quel senso lì, ma non solo.
“Ciao sono Natalia. Si lo so è un nome strano ma non sono spagnola, No no neppure russa. Solo figlia di una madre che ha rielaborato in modo fantasioso il nome di mia nonna che si chiama Natalina ma per le amiche Lina ma a te ovviamente non importa nulla. Quindi aspetta. Dicevo. Sono calabrese, ho studiato a Pisa ora vivo a Torino. Cerco di non perdere mai l’orientamento ma ti rendi conto anche tu che alle volte, è un po’ un casino.  Lavoro qui, respiro qui. Scrivo da sempre e sempre macchiandomi di nero l’anulare destro.
Tu invece sei quello col master ed profilo importante su Linkedin. Ho visto.
Boh si certo, accetto il contatto, che è accompagnato da un messaggio così cortese che come potrei dire di no”?
No?
+1.
Non ci conosciamo, forse non ci conosceremo mai ma…
Fai +1 like wow sul mio profilo, su un mio status, sul mio aggiornamento di lavoro, sul mio tweet, su una foto, sulle zucchine gratinate che preparo, uno starnuto, uno sputo di segnale.
In realtà magari non te ne importa nulla. Ti è solo scappata la mano su quel pulsante lì. O hai voglia di testimoniare che in quella frazione di secondo, contestualmente, calpestavamo i giardini dell’etere.
Ciao sono Natalia e, come spero tu possa ben valutare, ho una foto professionale per il curriculum professionale, estemporanea ed amichevole per gli amici facebook e…
E mi sento una schizofrenica.
Che scrive dei bigliettini in bianco e nero da inserire nelle bottiglie di vetro che poi lancia in un mare fatto di gente col surf, di onde, di eventi, di giochi (a, per inciso, per favore non gioco ai giochi delle case, dei crimini, dei vermi grossi che mangiano vermi piccoli. Non ne sono capace e non ne ho voglia).
Ed io il surf non ce l’ho. Manco il corso di vela ho fatto.
Te lo vorrei dire ma non so come scriverlo bene in inglese, in tedesco ed in latino, per farti vedere quante cose so fare.
Ho quasi 31 anni e da bambina pensavo che a quest'età avrei già avuto 4 figli da portare all’asilo, un marito, forse un cane, una casa e dei cappotti marroni, una veranda e un divano rosso.
Viviamo per realizzare dei sogni che, se ti va bene e ne realizzi uno o uno e mezzo, comunque, te ne rimangono fuori a quintali.
Abitiamo centri città che non ci apparteranno mai fino in fondo.
E noi non apparterremo mai ad esse.
Progettiamo diversi futuri possibili, per non restare intrappolati in dei piani A e B e C.
Scegliamo la 1 la 2 o la 3 in base al tempo,sperando che la felicità non sia rimasta nella 4.
O bloccata per sciopero di Poste Italiane.
Che sto iniziando a creder che la felicità sia come la fede, un dogma.
Che i dogmi, alla fine, sono un continuo, eterno, bilanciato e sapiente giochino di bastone/carota, bastone/carota, bastone/carota.
La vita con te e tu con la vita.
La madre della mia migliore amica quest’estate mi ha detto “voi siete troppo sensibili. Ogni tanto sarebbe meglio nascere pietra”.
Nascere pietra....
Dura. Piazzata lì….
Poi, ho pensato: io pietra?
Io pietra avrei, nell'ordine:

  • chiesto a Jovanotti perché mai si riempiva le tasche di me e dei miei simili;
  •  insultato coloro che mi scagliavano contro Maddalena, bastardi;
  • chiesto spiegazioni al tipo che mi lanciava per poi nascondere la mano;
  • preteso un “grazie” o quantomeno un piccolo gesto di riconoscenza da parte di tutti gli ombrelloni che d’estate aiuto, dando una vigorosa mano contro il vento. Io che rischio ogni volta il soffocamento dalla cordicella che mi attaglia e che mi turo il naso in apnea sotto la sabbia.


Troppo complicata come vita anche quella da pietra, ecco.
Sarei scivolata dalla montagna, mi sarei staccata dalla scoglio, avrei fatto mille rotoli o salti per evitare la muffa sopra di me.

Sarei stata una pietra dentro un sogno.
Con questo libro in mano.
O dentro una bottiglia.


Le mie storie sono scritte da un uomo che sogna un mondo migliore, più giusto, più pulito e generoso. Le mie storie sono scritte da un cileno che sogna di veder realizzato in questo paese il sogno più bello, quello di sederci tutti con fiducia alla stessa tavola, senza la vergogna di sapere che gli assassini di coloro di cui sentiamo la mancanza non ricevono il giusto castigo.




giovedì 24 ottobre 2013

Bisogna aver sempre l'aria utile quando non sei ricco

Lola, dopo tutto, non faceva che divagare su felicità e ottimismo, come tutte le persone che sono dalla parte giusta della vita, quella dei privilegi, della salute, della sicurezza e che hanno da vivere per un bel po'.

Ho uno scaffale tutto francese, io che non sono mai stata a Parigi.
Quindi posseggo ancora quel privilegio dell’immaginazione.
E, qui dentro, ho tutta la profetica lucidità del delirio che l’immaginazione può portare.
Uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell’uomo così com’è.
L’anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l’ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell’Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha sputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l’emozione, il sentimento della vita: di qui l’invenzione di un linguaggio che ha tutta l’immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo.
Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell’incubo.

È forse questo che si cerca nella vita, nient'altro che questo, la più gran pena possibile per diventare se stessi, prima di morire.

Le mie parole si fermano qui.

Questa sera che, lo so, che gli Dei non dovrebbero trasformare in realtà i sogni.
Ma..Magari non tutti.


Ma qualcuno.