Ma le hai mai viste davvero?
No, ma le hai mai viste davvero?
Dico
Due gocce d’acqua uguali tu
Le hai mai viste davvero?
Chi l’ha detto poi?
Identico a cosa? Identico a chi?
Cosa devo fare per uscire da qui?
Una è una bottiglia, l’altra un secchio a far destare la realtà,
sua maestà
Ma tu lo sai davvero la goccia che cazzo di faccia ha?
E scendono lievi e scendono correndo
E questo, amico mio, volendo o non volendo
Identico come due gocce d’acqua, dicono
E poi nessuno sa
Che nulla è più diverso di una finta affinità
Ma le hai mai viste davvero?
No, ma le hai mai viste davvero?
Dico
Due gocce d’acqua uguali tu
Le hai mai viste davvero?
venerdì 18 marzo 2016
giovedì 10 marzo 2016
Dalla parte sbagliata
Faccio la spesa sotto casa, alla Crai, spesso.
Direi non quotidianamente ma quasi.
Essendo dotata sempre di altra persona meco, non trasporto grossi contenuti di spesa, quindi sono un classico soggetto continuo, monotono e carico del necessario.
E, nonostante questa continuità, entro sempre dall'uscita.
La Crai ha una porta sul lato di Via Artisti, dove c'è scritto uscita e l'altra, su via Vanchiglia, che sarebbe, anzi è, l'entrata.
Ecco, io entro dalla parte sbagliata.
E questo si porta dietro un sacco di conseguenze.
La porta si apre al contrario, per cui è difficilissimo scorrere agevolmente in avanti con il passeggino.
La gente ti guarda male.
La signora in cassa ti ricorda sempre che col passeggino sarebbe meglio fare tutto il giro.
Insomma una serie di cose sgradevoli ed evitabili.
Se entrassi dalla parte giusta.
Ma io sono una che le cose le fa così, in salita.
L'altra sera parlavo con Lucia.
Noi adoriamo parlare di un sacco di cose.
Di amori giusti, sbagliati, di piedi scalzi e di versi degli animali.
Non conoscevamo il nome esatto del verso del delfino e della scimmia.
Colmato il delfino (ho scoperto, dopo analisi didattica, che chiamasi click), ci resta inesorabile ignoranza per la scimmia.
Colmeremo.
E comunque dicevamo della salita, che è un po' da sempre la metafora della vita per noi, così come la strada lo è per Springsteen.
Io non sono felice dell'idea che esista una strada precostituita per ognuno di noi, che alcuni nascono in pianura, altri sulle cime della Ande peruviane, però pare che dinnanzi a certe cose occorra arrendersi.
Come quella storie che ti insegnano fin da piccolo, che le dita della mano non sono tutte uguali, che tu dici " eee grazie al cazzo, lo vedo, ma che cosa mi vuoi dire con sta frase"?
Non tutte le strade sono uguali e non tutte portano a Roma.
La mia a Roma non mi ci ha ancora portato.
O forse sono entrata dalla porta palatina sbagliata.
Ho provato a fare una ricerca didattica su questa teoria, ma nel frattempo mi è venuta fame.
Ritenterò con la scimmia per appagare la sete di risposte.
Mi sa che faccio prima.
Direi non quotidianamente ma quasi.
Essendo dotata sempre di altra persona meco, non trasporto grossi contenuti di spesa, quindi sono un classico soggetto continuo, monotono e carico del necessario.
E, nonostante questa continuità, entro sempre dall'uscita.
La Crai ha una porta sul lato di Via Artisti, dove c'è scritto uscita e l'altra, su via Vanchiglia, che sarebbe, anzi è, l'entrata.
Ecco, io entro dalla parte sbagliata.
E questo si porta dietro un sacco di conseguenze.
La porta si apre al contrario, per cui è difficilissimo scorrere agevolmente in avanti con il passeggino.
La gente ti guarda male.
La signora in cassa ti ricorda sempre che col passeggino sarebbe meglio fare tutto il giro.
Insomma una serie di cose sgradevoli ed evitabili.
Se entrassi dalla parte giusta.
Ma io sono una che le cose le fa così, in salita.
L'altra sera parlavo con Lucia.
Noi adoriamo parlare di un sacco di cose.
Di amori giusti, sbagliati, di piedi scalzi e di versi degli animali.
Non conoscevamo il nome esatto del verso del delfino e della scimmia.
Colmato il delfino (ho scoperto, dopo analisi didattica, che chiamasi click), ci resta inesorabile ignoranza per la scimmia.
Colmeremo.
E comunque dicevamo della salita, che è un po' da sempre la metafora della vita per noi, così come la strada lo è per Springsteen.
Io non sono felice dell'idea che esista una strada precostituita per ognuno di noi, che alcuni nascono in pianura, altri sulle cime della Ande peruviane, però pare che dinnanzi a certe cose occorra arrendersi.
Come quella storie che ti insegnano fin da piccolo, che le dita della mano non sono tutte uguali, che tu dici " eee grazie al cazzo, lo vedo, ma che cosa mi vuoi dire con sta frase"?
Non tutte le strade sono uguali e non tutte portano a Roma.
La mia a Roma non mi ci ha ancora portato.
O forse sono entrata dalla porta palatina sbagliata.
Ho provato a fare una ricerca didattica su questa teoria, ma nel frattempo mi è venuta fame.
Ritenterò con la scimmia per appagare la sete di risposte.
Mi sa che faccio prima.
lunedì 22 febbraio 2016
Intervallo
Ad ogni modo, prima o poi, ci si dimentica.
I nomi, le cose, i posti.
L'incrocio di una via che passava accanto a quel negozio che...Che vendeva cosa?
Non c'è nulla da fare, per quanto magnesio tu possa prendere, prima o poi, ci si dimentica.
I compiti a casa per il giorno dopo, il pane. Non ho preso il pane per stasera.
Ci si dimentica.
L'unica cosa che non ho mai dimenticato nella mia vita era il bacio della buonanotte a mio padre e mia madre.
Quello e poi l'intervallo.
Campanella-->Driiiiin --> Intervallo.
Facile.
L'unico momento di pausa della mia vita che addirittura una campanella ti esortava a fare.
Vi è più capitato?
No dico, vi è più capitato che vi obbligassero a mangiare un Kinder bueno, parlando in corridoio di cazzate con gli amici, programmando serate in pizzeria molto spesso non giunte al termine perchè poi si doveva rientrare e quindi restavamo lì, con il nome, la sera scelta e mezza lista di compagni da avvisare?
A me non è più capitato.
Eppure mi piacerebbe un sacco.
Sveglia, caffè, vesti te stessa abbinando il colore (grazie), vesti altri componenti della famiglia non dotati di autonomia alle 6 del mattino, corri, lavoro, corri, nido, corri autobus, corri....
Driiiiiin--> Intervallo
Oh, e se non ti fermi c'è sempre la bidella che ti dice "ma che fai, stai qui? Hai il ciclo? sei indisposta?"
"No, no, non sono indisposta. Grazie"
E' che io sarei sempre disposta a fare le cose, solo che poi alle volte mi dimentico.
Tipo quella volta che volevo baciarti. Ti ricordi?
No, già. Come potresti.
Poi me ne son dimenticata.
Perchè era buio, era tardi, era sera.
Ed aspettavo la campanella dell'intervello che non è suonata.
Forse era rotta. Forse la signora Pina si è scordata di suonare.
Forse è suonata ed io non ho sentito
Driiiiiiiin
I nomi, le cose, i posti.
L'incrocio di una via che passava accanto a quel negozio che...Che vendeva cosa?
Non c'è nulla da fare, per quanto magnesio tu possa prendere, prima o poi, ci si dimentica.
I compiti a casa per il giorno dopo, il pane. Non ho preso il pane per stasera.
Ci si dimentica.
L'unica cosa che non ho mai dimenticato nella mia vita era il bacio della buonanotte a mio padre e mia madre.
Quello e poi l'intervallo.
Campanella-->Driiiiin --> Intervallo.
Facile.
L'unico momento di pausa della mia vita che addirittura una campanella ti esortava a fare.
Vi è più capitato?
No dico, vi è più capitato che vi obbligassero a mangiare un Kinder bueno, parlando in corridoio di cazzate con gli amici, programmando serate in pizzeria molto spesso non giunte al termine perchè poi si doveva rientrare e quindi restavamo lì, con il nome, la sera scelta e mezza lista di compagni da avvisare?
A me non è più capitato.
Eppure mi piacerebbe un sacco.
Sveglia, caffè, vesti te stessa abbinando il colore (grazie), vesti altri componenti della famiglia non dotati di autonomia alle 6 del mattino, corri, lavoro, corri, nido, corri autobus, corri....
Driiiiiin--> Intervallo
Oh, e se non ti fermi c'è sempre la bidella che ti dice "ma che fai, stai qui? Hai il ciclo? sei indisposta?"
"No, no, non sono indisposta. Grazie"
E' che io sarei sempre disposta a fare le cose, solo che poi alle volte mi dimentico.
Tipo quella volta che volevo baciarti. Ti ricordi?
No, già. Come potresti.
Poi me ne son dimenticata.
Perchè era buio, era tardi, era sera.
Ed aspettavo la campanella dell'intervello che non è suonata.
Forse era rotta. Forse la signora Pina si è scordata di suonare.
Forse è suonata ed io non ho sentito
Driiiiiiiin
venerdì 20 novembre 2015
Come il mare. Circa
Siamo in tante.
Siamo messe in fila, una dietro l'altra, sulle bancarelle attira-turisti.
Siamo a prendere polvere sulle vostre mensole.
Siamo souvenir, cadeaux, siamo perfino appese in dei bistrot.
A volte ci appiccano sui fogli per fare strani collage.
Alcuni tra i vostri figli ci dipingono con dei colori improbabili nei lunghi ed unti pomeriggi dell'estate ragazzi.
Alcuni nostalgici hippy ci usano per far collanine. Gli hippy perforano qualsiasi cosa per far collanine.
Anzi stacci attento.
"Avvicinala alle orecchie" le dicono
"Cosa senti"? Le chiedono.
Ma lei non risponde
Chissà che dovrebbe sentire poveraccia con me attaccata al suo padiglione auricolare.
Certo che a volte siete proprio strani eh?
Non riuscite a vedere ciò che vi viene sbattuto sugli occhi, che vi cade davanti al naso, peró a ipotizzare tutti maestri.
Come quella bambina che quando dormiva nel lettone di mamma e papà credeva che fosse un'astronave. E allora chiudeva gli occhi e di sicuro sarebbe andata sulla Luna. Si vabbè Cristofanetti dei poveri, scendi va e svegliati, che manco in Umbria sei mai andata!
Che poi dico perché ci dovete raccogliere per metterci dentro insulsi barattoli di vetro?
Noi potremmo avere l'infinito.
" Avvicinala alle orecchie" le suggeriscono
"Le senti le onde?"
Dille di no! Cavolo! No!
Che onde vuoi sentire?
Se guardi Sissi ti senti na principessa? No!
E allora che onde vuoi sentire?
Le hai mai sentite le onde vere?
Io non ho il mare dentro.
Sono una conchiglia raccolta.
Ho il sogno del mare, il ricordo del mare, il rimpianto del mare.
Ora sono qui, attaccata alle tue orecchie.
Ed ho circa il mare dentro.
Esattamente come te.
Siamo messe in fila, una dietro l'altra, sulle bancarelle attira-turisti.
Siamo a prendere polvere sulle vostre mensole.
Siamo souvenir, cadeaux, siamo perfino appese in dei bistrot.
A volte ci appiccano sui fogli per fare strani collage.
Alcuni tra i vostri figli ci dipingono con dei colori improbabili nei lunghi ed unti pomeriggi dell'estate ragazzi.
Alcuni nostalgici hippy ci usano per far collanine. Gli hippy perforano qualsiasi cosa per far collanine.
Anzi stacci attento.
"Avvicinala alle orecchie" le dicono
"Cosa senti"? Le chiedono.
Ma lei non risponde
Chissà che dovrebbe sentire poveraccia con me attaccata al suo padiglione auricolare.
Certo che a volte siete proprio strani eh?
Non riuscite a vedere ciò che vi viene sbattuto sugli occhi, che vi cade davanti al naso, peró a ipotizzare tutti maestri.
Come quella bambina che quando dormiva nel lettone di mamma e papà credeva che fosse un'astronave. E allora chiudeva gli occhi e di sicuro sarebbe andata sulla Luna. Si vabbè Cristofanetti dei poveri, scendi va e svegliati, che manco in Umbria sei mai andata!
Che poi dico perché ci dovete raccogliere per metterci dentro insulsi barattoli di vetro?
Noi potremmo avere l'infinito.
" Avvicinala alle orecchie" le suggeriscono
"Le senti le onde?"
Dille di no! Cavolo! No!
Che onde vuoi sentire?
Se guardi Sissi ti senti na principessa? No!
E allora che onde vuoi sentire?
Le hai mai sentite le onde vere?
Io non ho il mare dentro.
Sono una conchiglia raccolta.
Ho il sogno del mare, il ricordo del mare, il rimpianto del mare.
Ora sono qui, attaccata alle tue orecchie.
Ed ho circa il mare dentro.
Esattamente come te.
giovedì 8 ottobre 2015
T’ho fottuto, Sherlock.
C’erano ombrelli.
E tazze, e vestiti, e scarpe, e vasi, e piatti. E vestiti, vestiti dappertutto.
Ma soprattutto ombrelli. C’erano ombrelli. Chiusi ed aperti. Colorati e spenti.
Sembrava si temesse il peggio. O che il peggio fosse già arrivato.
Io vivo nel caos, per cui non mi fece paura. Temo di più un’equazione di secondo grado, per intenderci.
L’unica cosa è che non riuscivo proprio a capire da dove fosse arrivata tutta quella roba.
La porta chiusa. Ce l’ho.
La finestra in cucina chiusa. Ce l’ho.
Quella in salotto. Chiusa pure lei.
In bagno. Chiusa.
Opzioni.
Cazzo è entrato un ladro, non ha rubato nulla, ha fatto solo diventare la mia casa un piccolo mondo antico fatto a mo’ di puzzle scomposto ed è scappato.
Poco credibile, Sherlock.
Ero ubriaca, cercavo le chiavi di casa, in un super raptus ho buttato per aria tutto, alla fine ho trovato le chiavi, sono uscita senza riporre ogni cosa al suo dannato posto e poiché ero ubriaca non mi ricordo nulla ed adesso che mi è passata la sbronza….
Troppo irreale, Sherlock.
Ok, ci sono.
E’ stato il gatto.
Io odio i gatti. Mai avuto gatti.
Mia sorella è allergica al pelo ed io li patisco.
In realtà credo di aver avuto un choc infantile. Li ho sentiti miagolare in modo strano, molto strano. Troppo strano.
Era primavera.
Ero piccola e credevo ci fosse un neonato nel nostro giardino. Un neonato abbandonato, impigliato tra i rovi. Cioè urlava come se fosse davvero così. Poi io leggevo molto ed ho sempre avuto quest’indole tragica. Per cui si, era ovvio, si trattava di un neonato abbandonato, tipo Anna dai capelli rossi, ma più neonato, impigliato tra i rovi.
Nonna Lina, novant’anni di schiena dritta e scorza sulla pelle, spezzò la mia ricerca del neonato impigliato dicendomi “ fiddja, sugnu due gatti in calore”.
Calore? Che calore nonna?
Brucia qualcosa? Bruciano i gatti? Bruciano i rovi con tutto il neonato impigliato?
“Nonna che calore?”
“Natalia mia (il mio nome seguito dal “mia” di solito precede una rivelazione. Tutt’ora), sono i gatti che fanno l’amore.
Avevo sette anni. Cazzo.
E sti lordi dei gatti non solo scopavano, non solo lo stavano facendo nel mio giardino (che se poi li vede papà li mette in punizione) ma dovevano proprio farlo urlando come un neonato impigliato tra i rovi?
Quindi no, non può essere stato il gatto, idiota di uno Sherlock!
Allora sarà di nuovo lei.
Non ci pensavo da un po’, ma di sicuro sarà colpa sua.
Eppure tra di noi c’è quel tacito accordo: io la ignoro e lei cerca di non darmi troppo fastidio.
Io rispetto i patti perché ho un tatuaggio interiore dal 2001 che recita che pacta sunt servanda.
Mi dirigo verso di lei allora. So già che farà freddo e caldo insieme. Che ci sarà sole e vento insieme.
Che sarà disordine di parole e di pensieri, che se ne stanno ordinati nel casino tutto loro.
Che le lettere saranno sul soffitto e che sul pavimento troverò delle piume d’oca che attendono l’inchiostro giusto.
E’ colpa della stanza aperta. Quella in cui entro solo io.
Si trova in fondo in fondo in fondo in fondo.
Ti sembra che non esista altro di là, che dopo la cucina ed il bagno ci siano le colonne d’ercole della nostra casa.
Ed invece lei c’è. La stanza aperta con le finestre che sbattono.
Io la conosco bene.
Mi fa degli spifferi che non puoi capire.
E quando rispetta il patto si nasconde.
Ma quando non lo rispetta è un turbinio di carte, vasi tazze e vestiti, vestiti dappertutto.
E ombrelli. Chiusi ed aperti.
T’ho fottuto, Sherlock.
E tazze, e vestiti, e scarpe, e vasi, e piatti. E vestiti, vestiti dappertutto.
Ma soprattutto ombrelli. C’erano ombrelli. Chiusi ed aperti. Colorati e spenti.
Sembrava si temesse il peggio. O che il peggio fosse già arrivato.
Io vivo nel caos, per cui non mi fece paura. Temo di più un’equazione di secondo grado, per intenderci.
L’unica cosa è che non riuscivo proprio a capire da dove fosse arrivata tutta quella roba.
La porta chiusa. Ce l’ho.
La finestra in cucina chiusa. Ce l’ho.
Quella in salotto. Chiusa pure lei.
In bagno. Chiusa.
Opzioni.
Cazzo è entrato un ladro, non ha rubato nulla, ha fatto solo diventare la mia casa un piccolo mondo antico fatto a mo’ di puzzle scomposto ed è scappato.
Poco credibile, Sherlock.
Ero ubriaca, cercavo le chiavi di casa, in un super raptus ho buttato per aria tutto, alla fine ho trovato le chiavi, sono uscita senza riporre ogni cosa al suo dannato posto e poiché ero ubriaca non mi ricordo nulla ed adesso che mi è passata la sbronza….
Troppo irreale, Sherlock.
Ok, ci sono.
E’ stato il gatto.
Io odio i gatti. Mai avuto gatti.
Mia sorella è allergica al pelo ed io li patisco.
In realtà credo di aver avuto un choc infantile. Li ho sentiti miagolare in modo strano, molto strano. Troppo strano.
Era primavera.
Ero piccola e credevo ci fosse un neonato nel nostro giardino. Un neonato abbandonato, impigliato tra i rovi. Cioè urlava come se fosse davvero così. Poi io leggevo molto ed ho sempre avuto quest’indole tragica. Per cui si, era ovvio, si trattava di un neonato abbandonato, tipo Anna dai capelli rossi, ma più neonato, impigliato tra i rovi.
Nonna Lina, novant’anni di schiena dritta e scorza sulla pelle, spezzò la mia ricerca del neonato impigliato dicendomi “ fiddja, sugnu due gatti in calore”.
Calore? Che calore nonna?
Brucia qualcosa? Bruciano i gatti? Bruciano i rovi con tutto il neonato impigliato?
“Nonna che calore?”
“Natalia mia (il mio nome seguito dal “mia” di solito precede una rivelazione. Tutt’ora), sono i gatti che fanno l’amore.
Avevo sette anni. Cazzo.
E sti lordi dei gatti non solo scopavano, non solo lo stavano facendo nel mio giardino (che se poi li vede papà li mette in punizione) ma dovevano proprio farlo urlando come un neonato impigliato tra i rovi?
Quindi no, non può essere stato il gatto, idiota di uno Sherlock!
Allora sarà di nuovo lei.
Non ci pensavo da un po’, ma di sicuro sarà colpa sua.
Eppure tra di noi c’è quel tacito accordo: io la ignoro e lei cerca di non darmi troppo fastidio.
Io rispetto i patti perché ho un tatuaggio interiore dal 2001 che recita che pacta sunt servanda.
Mi dirigo verso di lei allora. So già che farà freddo e caldo insieme. Che ci sarà sole e vento insieme.
Che sarà disordine di parole e di pensieri, che se ne stanno ordinati nel casino tutto loro.
Che le lettere saranno sul soffitto e che sul pavimento troverò delle piume d’oca che attendono l’inchiostro giusto.
E’ colpa della stanza aperta. Quella in cui entro solo io.
Si trova in fondo in fondo in fondo in fondo.
Ti sembra che non esista altro di là, che dopo la cucina ed il bagno ci siano le colonne d’ercole della nostra casa.
Ed invece lei c’è. La stanza aperta con le finestre che sbattono.
Io la conosco bene.
Mi fa degli spifferi che non puoi capire.
E quando rispetta il patto si nasconde.
Ma quando non lo rispetta è un turbinio di carte, vasi tazze e vestiti, vestiti dappertutto.
E ombrelli. Chiusi ed aperti.
T’ho fottuto, Sherlock.
lunedì 14 settembre 2015
Q.B.
Sono sempre stata poco incline alla precisione. Di quelle cose tipo sistemare e riporre le magliette senza neppure una piega, rifare il letto il minuto successivo dopo esserci scesa, rispettare i 210 grammi di questo e il bicchiere esattamente colmo di quell'altro. Io sono una "a occhio". Si.
A occhio.
E, considerando che anche mia madre, che è una scientifica/illuminista, che mi ha educata anche con questo criterio scientifico ed illuminista, il sale lo mette a occhio, direi che insomma non sto messa male.
E poichè ho dei grossi disturbi con l'errore, cioè mi piace, ed io piaccio a lui, ma abbiamo una relazione aperta e complicata, ecco io amo il "quanto basta"
Col "quanto basta" non sbagli mai.. Cioè quel che basta a te magari non basta a me e quindi sei sicuro di potermi dire che ho sbagliato?
Credo di essermi riempita la vita di q.b..
Ho un q.b. di rossetto rosso, che è uno dei pochi trucchi che ho e che uso.
Ho un q.b di yougurt in frigo, che mi dona l'idea di essere perfettamente in linea.
Ho un q.b. anche di biscotti. Cielooo, la trasgressione.
Ho un q.b. di sorrisi, accompagnati da parsimonia e gusto.
Ho un q.b. di Cesare Pavere, e di lune e di falò,.
Ho un q.b. di rimpianti, che così la nostalgia si sfama.
Ho un q.b. di sole addosso, che scioglie la neve e scalda le ossa.
Ho un q.b. di ninna nanne, anche se Giacomo dorme solo con le parole dette a caso sopra musiche da primo maggio. Che è pure il suo giorno. Nulla accade per caso.
Ho un q.b.di sogni che stanno in un q.b. di cassetti stretti e storti come le zucche.
Ho un q.b. di realtà, che quella a volte non basta mai. Cioè sei tu che non basti abbastanza per tutto quello che è.
Ho un q.b di libri, musiche e valigie per viaggiare.
Ho un q.b. di polvere sotto il tappeto, che comunque son meglio del q.b degli scheletri nell'armadio, che ho scelto di non avere per paura dei teschi.
Odio i teschi. Anzi meno male che è passata quella cazzo di moda che vedeva teschi ovunque che mi facevano proprio paura.
Che poi sei grande e tutto, ma ti ritrovi ad aver paura delle stesse cose che ti impietrivano vent'anni fa.
I teschi e le urla.
Q.b.
E prova a dirmi che sbaglio ora?
A occhio.
E, considerando che anche mia madre, che è una scientifica/illuminista, che mi ha educata anche con questo criterio scientifico ed illuminista, il sale lo mette a occhio, direi che insomma non sto messa male.
E poichè ho dei grossi disturbi con l'errore, cioè mi piace, ed io piaccio a lui, ma abbiamo una relazione aperta e complicata, ecco io amo il "quanto basta"
Col "quanto basta" non sbagli mai.. Cioè quel che basta a te magari non basta a me e quindi sei sicuro di potermi dire che ho sbagliato?
Credo di essermi riempita la vita di q.b..
Ho un q.b. di rossetto rosso, che è uno dei pochi trucchi che ho e che uso.
Ho un q.b di yougurt in frigo, che mi dona l'idea di essere perfettamente in linea.
Ho un q.b. anche di biscotti. Cielooo, la trasgressione.
Ho un q.b. di sorrisi, accompagnati da parsimonia e gusto.
Ho un q.b. di Cesare Pavere, e di lune e di falò,.
Ho un q.b. di rimpianti, che così la nostalgia si sfama.
Ho un q.b. di sole addosso, che scioglie la neve e scalda le ossa.
Ho un q.b. di ninna nanne, anche se Giacomo dorme solo con le parole dette a caso sopra musiche da primo maggio. Che è pure il suo giorno. Nulla accade per caso.
Ho un q.b.di sogni che stanno in un q.b. di cassetti stretti e storti come le zucche.
Ho un q.b. di realtà, che quella a volte non basta mai. Cioè sei tu che non basti abbastanza per tutto quello che è.
Ho un q.b di libri, musiche e valigie per viaggiare.
Ho un q.b. di polvere sotto il tappeto, che comunque son meglio del q.b degli scheletri nell'armadio, che ho scelto di non avere per paura dei teschi.
Odio i teschi. Anzi meno male che è passata quella cazzo di moda che vedeva teschi ovunque che mi facevano proprio paura.
Che poi sei grande e tutto, ma ti ritrovi ad aver paura delle stesse cose che ti impietrivano vent'anni fa.
I teschi e le urla.
Q.b.
E prova a dirmi che sbaglio ora?
giovedì 3 settembre 2015
Con 62 centimetri in più
Sono due o forse tre scalini di una scala di quelle che usi per fare i lavori in casa. Che poi da solo non ci riesci mai perchè soffri di vertigini quindi ti servi tu, il tuo coraggio e qualcuno che la scala te la regga. Tanto vale farlo fare a chi si sa arrampicare no?
Sono cinque palmi di mano, che se uno avesse cinque mani, ad esempio un pianista, sai che fico? Sai che sinfonie?
Sono 24 pollici, come il televisore che avevo nella camera singola all'università, che non c'avevo un vero e proprio tavolino su cui poggiarla all'inizio, prima di appropriarmi deliberatamente di quello posto in corridoio, traballante ma rosso, quindi bello. Ed è stato adagiato su una sedia per quattro mesi.
E' come il salto, non troppo in lungo, di uno che si allena per fare un salto in lungo migliore.
E' poco più della lunghezza della Gioconda, che per quanto te la fanno studiare dovrebbe essere alta 1 metro e 80.
E' come la Genesi di Salgado più un qualsiasi codice penale messi uno sull'altro.
E' come te, e come nessun altro forse.
Che è la prima volta volta che scrivo con questi 62 centimetri in più.
E non mi sento più alta, tantomeno più snella (no mamma tranquilla non sto dicendo che mi vedo grassa o tutte quelle cose che ti fanno incazzare, che lo so che è il gonfiore dell'utero e che ci vorranno i mesi che ci vorranno, tranqui).
Non sono più alta, nè più lungimirante, ma ho 62 centimetri in più, è un dato di fatto.
Che respirano, sgranano gli occhi, mi interrogano e chiedono quando vogliono, in modo assolutamente inequivocabile.
A volte interpreto, a volte meno.
Non sono più alta.
Sono solo più grande.
Sono cinque palmi di mano, che se uno avesse cinque mani, ad esempio un pianista, sai che fico? Sai che sinfonie?
Sono 24 pollici, come il televisore che avevo nella camera singola all'università, che non c'avevo un vero e proprio tavolino su cui poggiarla all'inizio, prima di appropriarmi deliberatamente di quello posto in corridoio, traballante ma rosso, quindi bello. Ed è stato adagiato su una sedia per quattro mesi.
E' come il salto, non troppo in lungo, di uno che si allena per fare un salto in lungo migliore.
E' poco più della lunghezza della Gioconda, che per quanto te la fanno studiare dovrebbe essere alta 1 metro e 80.
E' come la Genesi di Salgado più un qualsiasi codice penale messi uno sull'altro.
E' come te, e come nessun altro forse.
Che è la prima volta volta che scrivo con questi 62 centimetri in più.
E non mi sento più alta, tantomeno più snella (no mamma tranquilla non sto dicendo che mi vedo grassa o tutte quelle cose che ti fanno incazzare, che lo so che è il gonfiore dell'utero e che ci vorranno i mesi che ci vorranno, tranqui).
Non sono più alta, nè più lungimirante, ma ho 62 centimetri in più, è un dato di fatto.
Che respirano, sgranano gli occhi, mi interrogano e chiedono quando vogliono, in modo assolutamente inequivocabile.
A volte interpreto, a volte meno.
Non sono più alta.
Sono solo più grande.
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